THE ROLLING STONES
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| Charlie Watts, Richard Keiths, Mick Jagger y Ron Wood |
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| Charlie Watts, Keith Richards, Mick Jagger y Ron Wood |
regia Justine Triet
con Sandra Hüller,
Virginie Efira,
Adèle Exarchopoulos
(Francia - 100 minuti )
Sibyl ha abbandonato la scrittura per diventare psicologa, ma con il tempo la voglia di scrivere è tornata: dunque la donna chiude le terapie in corso e comincia a immaginare la trama del suo nuovo romanzo. Ma a sorpresa una giovane attrice, Margot, le telefona con voce disperata: è incinta del coprotagonista del film che sta girando, e la compagna ufficiale dell’attore è proprio la regista. Per motivi che nemmeno lei sa spiegarsi, Sibyl la prende in cura e diventa per lei un punto di riferimento imprescindibile. Anche per Sibyl, Margot diventa a poco a poco necessaria, con una sorta di transfert alla rovescia. Inizia così un gioco di specchi che coinvolgerà non solo Sibyl e Margot ma tutti intorno a loro: l’attore fedifrago, la regista tradita, la sorella di Sibyl, il suo compagno e sua figlia Selma. Una galleria di personaggi che confluirà nel romanzo che l’autrice sta scrivendo.
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| Napoli |
Una domanda retorica ma non troppo. Alcuni anni fa aprimmo il nostro Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli con la citazione di un padre nobile del Novecento, lo storico britannico Eric Hobsbawm, autore di un breve saggio sui Festival culturali con cui tentava di rispondere alla domanda retorica sul valore dell’esistenza di simili eventi, considerato il crescente proliferare di questo genere di manifestazioni in tutta l’Europa. Hobsbawm concludeva, dopo alcune critiche e osservazioni, invitando tutti, comunque, a godersi l’imminente Festival musicale di Salisburgo del 2006, quasi a farsi perdonare l’apparente acredine della sua domanda che, pure, aveva lasciato il segno.
Oggi, se Hobsbawm fosse ancora tra noi, il suo quesito sarebbe da riproporre con il titolo di questo articolo. Ci sarebbe da chiedersi se, dopo tanta amarezza, dolore, sorpresa dovuta alla pandemia che ha ferito il nostro mondo nell’anno 2020, c’è ancora spazio per tanti Festival culturali, artistici, sociali, politici che ripropongono, spesso, il paradigma del pensiero dominante e del mercato o non sarebbe meglio tacere e lasciar riflettere tutti, ognuno per sé, sul destino dei singoli e dell’Umanità, rendendo “definitivo” il distanziamento sociale che il virus ci ha imposto. È quello che ci chiediamo oggi, a pochi giorni dall’esordio della XII edizione del Festival del Cinema dei Diritti Umani di Napoli.
Anche noi, come Hobsbawm, siamo propensi a credere che i Festival possano essere testimoni di una ricerca del nuovo e non debbano essere spenti, a patto che (e il punto è proprio questo) svolgano effettivamente un ruolo maieutico, critico e creativo, altrimenti rischiano di consolidare i principi e le finalità del pensiero dominante che ci ha condotti fin qui. E su questo dilemma, proviamo a interrogare noi stessi, per capire quanto il nostro Festival possa essere utile in tempo di Coronavirus.
La prima risposta che viene in mente è che la missione che ci siamo dati, 15 anni fa, non è propriamente quella di un Festival cinematografico tradizionale. Non abbiamo mai celebrato la cinematografia italiana e neppure mondiale, non abbiamo applaudito le grandi produzioni e gli attori famosi con il loro paniere di novità, non abbiamo neppure atteso il pubblico in sala, ma abbiamo cercato nuovi spazi (anche fisici) per il cinema in crisi, andando incontro a storie contemporanee, non solo italiane, incontrando le persone laddove vivono e misurano quotidianamente il valore concreto dei Diritti Umani. Talvolta abbiamo recuperato luoghi abbandonati contribuendo a riscoprire angoli dimenticati della Città.
Nei primi anni di attività, abbiamo persino tentato di offrire spazi internazionali alle opere documentarie prodotte da giovani autori italiani che si muovevano nel solco della grande tradizione socio-antropologica del dopoguerra, approfittando del nostro legame storico con l’Argentina e della sensibilità dell’Istituto di Cultura Italiana all’estero, ma dopo un po’ il Ministero ci ha tagliato i fondi, forse ritenendo che il cinema italiano non aveva nulla da apprendere dal resto del mondo, e ha preferito assegnare quelle scarne risorse a Festival e progetti che esportavano l’immagine ridente di una Italia vacanziera e spendacciona, un profilo risultato poi tragicamente falso. Allora andava di moda l’effimero e tutto si adeguava a quella tendenza. Oggi possiamo affermare che quel modo di gestire il cinema era penosamente obsoleto, presuntuoso e dannoso, ma ormai non si può tornare indietro, però serve riflettere sugli errori del passato.
A noi piace ricordare che, un tempo, il Festival di Venezia veniva “sequestrato”, per la breve durata della manifestazione, da intellettuali, attori e registi che occupavano il Lido e lanciavano segnali al mondo intero per dire che il Cinema (e l’Italia, e l’Europa) non era solo il regno dell’effimero, della bellezza e dell’evasione, ma la fucina della nuova politica, della solidarietà internazionale e della coscienza critica del mondo intero, insomma un balsamo per chi soffriva il tallone d’acciaio del capitalismo. Il Vietnam, l’America Latina e l’Africa erano considerati elementi essenziali per costruire una visione globale dell’arte e della democrazia che metteva all’ordine del giorno la condizione umana durante la guerra fredda, quando tutto il mondo era diviso tra blocchi politici granitici che sembravano inamovibili. Quei giorni di dibattito, quelle “occupazioni” corsare in cui Pasolini, Volonté, Zavattini e altri parlavano per ore ad alta voce delle utopie rivoluzionarie, erano la finestra aperta verso un mondo nuovo che oggi, lasciata senza orizzonte, sbatte al vento in una stanza vuota.
Forti di quei ricordi, abbiamo deciso di continuare a guardare fuori dell’uscio di casa, facendoci portavoce delle istanze di libertà e di lotta del cinema politico prodotto da popoli e Paesi che soffrivano la guerra o la mancanza di democrazia, anche nel cuore della grande Europa o persino nella lontana Australia. Siamo diventati cercatori di storie e di documentari che raccontavano le odierne forme di resistenza e di lotta contro il potere dei pochi che governano il mondo e questo ci ha trasmesso l’energia sufficiente a resistere fino ad oggi.
La seconda risposta che viene alla mente è il valore che queste storie possono avere per sviluppare consapevolezza di ciò di cui abbiamo bisogno per essere migliori, per vivere pienamente la nostra vita. Il nostro sogno ricorrente è quello di mantenere viva una coscienza critica che ha attraversato il cinema italiano negli anni ‘60 e ‘70 e che è poi sparita troppo presto dalla scena culturale del nostro Paese. In altre parole, vorremmo tenere accesa la flebile luce che faceva del Cinema Italiano un punto di riferimento dei popoli in cerca di libertà. Ci piacerebbe infatti, e non ne facciamo mistero, che da Napoli partisse un progetto di solidarietà, attraverso il Cinema e l’arte, che potesse stabilmente raccogliere, nella nostra Città, le istanze di tutti coloro che sognano la libertà di espressione e una maggiore giustizia sociale, dando attuazione al nostro storico slogan: Napoli, Capitale dei Diritti Umani. È troppo?
Ecco, sono queste le nostre ragioni e le risposte alla domanda retorica di Hobsbawm che non smetteremo mai di porre a noi stessi.
E poi, perché Napoli? Perché qui, più che in ogni altro luogo, siamo nello snodo che separa il mondo antico da quello moderno, a due passi dall’Africa che rappresenta il futuro del Pianeta, dentro l’Europa che è l’antica espressione dello Stato ormai in crisi. È qui che si avvertono i sussulti delle migrazioni che il Mediterraneo non può più attutire e gli effetti della deriva dei continenti, della crisi climatica e delle contraddizioni del neo colonialismo finanziario, prossimo all’implosione. È qui che possiamo misurare la temperatura del pianeta surriscaldato dall’effetto serra e da decine di guerre e dittature che ne mettono a dura prova l’esistenza. Qui si fanno i conti con la storia e lo sviluppo, prima che altrove.
Ecco, il nostro sogno del Cinema dei Diritti Umani di oggi è questo: diventare il catalizzatore di una coscienza collettiva che, scegliendo il Cinema e il suo linguaggio come alfabeto del cambiamento, provi a sollecitare le sensibilità di tutti coloro che vivono nella rete e credono nella solidarietà come motore di cambiamento, per offrire informazione, occasioni di incontro, di riflessione e azione, per dare finalmente vita a progetti e strategie di sopravvivenza dedicati a chi non accetta gli orizzonti del neocapitalismo e dello sfruttamento senza regole delle risorse naturali, del suolo, delle foreste e delle persone. Il Cinema dei Diritti Umani come antidoto all’indifferenza, al disastro ambientale, alla fine della politica, per dirla con Hobsbawm.
La drammatica vicenda del Coronavirus non fa che incoraggiare queste scelte di resistenza. La pandemia, infatti, ha dilatato le distanze tra i poveri e i ricchi, ha acuito le contraddizioni del nostro folle modo di vivere a discapito dell’ambiente, riducendo la speranza in un futuro sostenibile a cui avremmo voluto che il mondo intero si convertisse dopo gli appelli di Greta Thunberg e degli scienziati. Avevamo scommesso l’edizione del 2019 del nostro Festival su questo obiettivo, ma la pandemia ci ha riportato indietro, pur con una coscienza nuova.
Qualcuno ha scelto, visti i risultati deludenti, di isolarsi del tutto e rinunciare alle idee e attendere il ritorno della “normalità”. A noi, invece, piace pensare che più le persone sono sole e più c’è motivo di proporre momenti di dialogo per capire come poter resistere, senza cedere al pensiero unico che ci vuole soli e lontani. Ed è questo lo spirito con cui, in pieno lockdown (27 marzo – 4 maggio 2020), abbiamo lanciato uno slogan e una rassegna di pensieri: Virus e diritti. Non spegniamo il cervello che ha avuto un buon successo e a cui oggi si ispira il nostro XII Festival intitolato Diritti in ginocchio. Pandemia, sovranismi e nuove discriminazioni.
Non resta che adattare le nostre strategie comunicative agli strumenti tecnologici disponibili e riprendere la strada del racconto, della ricerca di verità e della lotta. Non abbiamo mai venduto biglietti e abbiamo scelto la strada della sobrietà, del volontariato, abolendo tappeti rossi e gettoni per gli ospiti, per essere coerenti con la nostra missione di raccontare i Diritti Umani; questo ci ha reso più adatti a sopportare la mancanza di risorse, di pubblico, stando fuori dal cosiddetto “mercato”.
In fondo, la crisi del Cinema e della cultura ai tempi del Coronavirus, fa il paio con la crisi del lavoro che, da molti anni, non ha più la fabbrica, il luogo dove migliaia di persone si incontravano quotidianamente dividendo il pane e i pensieri, ma non per questo ha ceduto i suoi diritti. Il Cinema non ha più le sue sale di proiezione, ma resta uno degli strumenti più efficaci per descrivere i cambiamenti del nostro tempo. Cambia il lavoro e cambia pure il modo di fruire della cultura. Ci adatteremo, ma difendendo i nostri valori.
E allora lasciateci dire che c’è ancora bisogno di Festival, eccome, ma di Festival diversi, capaci di raccontare e promuovere nuove resistenze, più adatti alla tensione dei nostri giorni. E, almeno in questo, il nostro Festival è già nel futuro.
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| Perle Fine |
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| Cool Series |
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| Cool Series |
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| Cool Series |
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| Polyphonic, 1945 |
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| Una quietud persuasiva |
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| Surge, 1960 |
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| Sin título, 1946 |
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| Figura descendiendo una escalera |
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| Perle Fine |
Giancarlo Vitali ha aspettato che lo trovassero. L’hanno trovato. Lui è sempre stato lì, bellissimo, con una moglie bellissima, sulla sponda orientale del Lago di Como senza mai alzare il telefono per chiamare un critico, per farsi notare. Ai suoi bambini, quando erano bambini, diceva: “Io sono un pittore e, prima o poi, qualcuno se ne accorgerà”.
Decenni dopo, quei rari visitatori casuali, i più sono numerosi e tutt’altro che casuali, della mostra antologica Time out dedicata all’artista di Bellano e sparsa su Milano (Palazzo Reale, Castello Sforzesco, Casa del Manzoni, con un’installazione del regista Peter Greenaway, Museo di Storia naturale, fino al 24 settembre, a cura di Velasco Vitali), si vergognano di non averlo conosciuto prima.
“Condannato” alla pittura, una pittura gestuale, energica, Vitali ha dipinto tutta la vita, ha fatto solo quello ed essendo figlio di pescatori non era scontato. Oggi dipinge poco, le forze sono meno forti, e ne soffre. La figlia Sara lo ritrae: “È una persona decisa, il contrario di come si descrive agli altri. Tenace, rigoroso, ordinato, meticoloso. Per certi versi è doppio perché è emotivo e passionale, ma molto determinato. Non si è mai voluto spostare da Bellano, dal lago, dove ha il suo baricentro e per nulla al mondo se ne sarebbe andato”.
Ci vuole una determinazione ferrea per non pubblicizzarsi e per mettere in un ripostiglio la celebrità quando qualcuno ti pubblicizza portandoti onori e guadagni. La determinazione di tenere più alla libertà che al proprio luccicare. Vitali aveva cinquantaquattro anni, nel 1983, quando Giovanni Testori rimase affascinato da lui. Testori, storico dell’arte, drammaturgo, critico letterario, dipingeva, ma era troppo onesto per sentirsi pittore. Vitali e Testori divennero molto amici e quando nel 1993 Testori morì, in un ricovero sopra Varese, Vitali annunciò: “Ora posso andare in pensione. Quello che volevo, la fama e gli aspetti commerciali, l’ho avuto da un uomo nel quale avevo fiducia e adesso basta”. Inoltre, Vitali ha sempre pensato di non aver tempo da perdere per vedere questo o quello.
Adesso basta? Sara Vitali si è ribellata e nel 2006 ha creato l’archivio delle opere paterne: “Dentro di me non ho mai pensato di essere la figlia di Picasso, ma lui era nel posto sbagliato e non volevo lasciare a mia figlia e ai nipoti un’eredità con delle ombre. Con l’artista in vita non ci sono ombre, quello che ci ha dato, ce lo ha dato lui, quello che ci ha detto, ce lo ha detto lui. Gli ho chiesto che ci donasse tutto in cambio di un vitalizio e di un corpus di opere da mantenere. È sveglio, ha capito che l’offerta era conveniente e ci ha donato tutto, anche se a volte spunta ancora qualcosa… La mostra di Milano è il culmine di questo lavoro, sono molto soddisfatta”.
L’Archivio fa sì che alcuni quadri “tornino”, richieste di autentica, storie, soprattutto dagli anni Cinquanta, tempi in cui Vitali, con un misto di malavoglia nel piegarsi alle necessità e di stupore da figlio di pescatori nell’essere pagato per “divertirsi” faceva i necessari compromessi per campare. Un signore che ha prestato con diffidenza un’opera l’ha vista in mostra ed è rimasto senza parole: “Non mi ero reso conto di avere un quadro così importante”.
Ritrattista eccezionale, Vitali smise quasi subito di dipingere per compiacere il ritrattato. Sara racconta che era velocissimo e gli bastavano poche decine di minuti: “Mia sorella Paola ha raccontato che era noioso posare per tre ore. Ma quali tre ore! Papà impiegava quindici, venti minuti. Semmai il fallimento del ritratto era pesante: posare e non vedere il risultato”.
Andrea Vitali, non parente ma compaesano, medico e scrittore, ha cominciato a ritrarre Vitali con le parole, prima di conoscerlo, poi ne è diventato il dottore infine un amico. Scontroso, ansioso, ozioso-ermetico, lunatico, meteoropatico-rigido, timido, sapido-solingo, epigrammatico-nostalgico, e simpatico sono alcuni degli aggettivi con i quali lo descrive. “Giancarlo Vitali non esce quasi mai di casa e le rare volte in cui lo fa coincidono con il funerale di un amico o di un conoscente. Ha tempi di lavoro che sfuggono al circadiano ritmo degli ormoni. A volte invece di parlare, sentenzia. Ed altre, anziché parlare, tace, e lungamente. Erra, per lo più nel suo studio. Fuma qualche sigaretta. Parla correttamente il dialetto - scrive il Vitali delle parole sul Vitali dei colori -. Lo sfavorisce il vento che soffiando dentro e fuori di lui disordina la sua emotività. Io posso solo spiare di non averlo mai visto con il pennello in mano, né mai lo vedrò. Per l’ordinaria ragione che l’uomo, quando concepisce, vuole e deve essere solo”.
Con questo artista, che ha sempre avuto lo studio in casa, la moglie abita dal 1959, a lui dedita. Vivono soli, in una casa spaziosa, sprovvisti di un aiuto fisso che non vogliono, sostenuti da tre figli, Velasco, Sara e Paola, molto amorosi, ma lontani. Una coppia notevole: “Sono un po’ impegnativi per gli altri, con i continui battibecchi, ma nei momenti difficili viene ribadita da entrambi la fortuna dell’incontro - spiega Sara -. La mostra gioca sulla coppia, anche su coppie immaginarie: persone forzatamente messe insieme. Come dire: l’uomo e la donna? Boh! Sulla parete di apertura un ritratto della mamma da sposa, vestita con un abito stile Audrey, al ginocchio. Un dipinto bianco, alla Casorati. E un altro della mamma incinta di Velasco, con i limoni, perché era agosto, e alla fine della gravidanza lei mangiava limoni”.
Una coppia notevole che ha generato Velasco, pittore dalla fine del liceo, Sara, editrice, Paola disegnatrice di scarpe: “Siamo molto legati alla mamma e al papà. Abbiamo fatto di tutto per assisterli negli inciampi di salute. Siamo un clan e, da adulti, ce ne siamo fatti una ragione, ma da piccoli quando si vuole assomigliare agli altri era dura da spiegare: papà fa il pittore, non esce la mattina, non torna la sera, non andiamo in vacanza, non esistono sabati e domeniche”. A quattordici anni, Sara andò in collegio dalle suore a Milano: “Ed è stata la mia salvezza. In una famiglia specializzata se non te la senti di seguire la specializzazione è meglio cambiare strada”.
Sua nonna Rosa, madre del padre, aveva il coraggio di preferirla e ammetterlo, alla faccia del “per me siete tutti uguali”. Sara spera di somigliarle. I Vitali erano la famiglia di pescatori più importante della zona, la nonna, dopo aver lavorato in fabbrica (Bellano, grazie all’orrido è sempre stata ricca di energia acquatica e dunque di filande redditizie), aveva aperto una pescheria dove vendeva i pesci che il marito pescava e in quel buchetto cucinava piccola rosticceria. Sara odiava l’odore del pesce, le piaceva solo l’immagine settembrina ed eroica dei pescatori con le gambe immerse nel pesce. Pesci identitari: gli agoni, che sono sarde di acqua dolce e diventano missoltini dopo un gioco di sale e torchietti. C’erano i gamberi d’acqua dolce, ma non ci sono più.
Quando un pesce era particolarmente grande arrivava a domicilio per essere fotografato e dipinto. Nella mostra milanese ce n’è qualcuno consegnato all’immortalità.