sabato 11 febbraio 2017

100 di questi Dahl!

Gli Sporcelli
Quentin Blake

100 di questi Dahl!

28 gen — 17 feb 2017 presso il Palazzo dei Pio a Carpi, Italia

26 GEN 2017
Una mostra celebra il primo centenario della nascita del più importante scrittore per l’infanzia del Novecento.
100 di questi Dahl!Streghe, giganti, zie malvagie e altre adorabili perfidie è il titolo della mostra, in programma a Palazzo dei Pio a Carpi, dal 28 gennaio al 17 aprile 2017, curata dalla Cooperativa Equilibri di Modena e promosso dal Castello dei ragazzi di Carpi, per ricordare i 100 anni della nascita dello scrittore britannico Roald Dahl (1916-1990), l’autore che più di ogni altro ha dato forma alla letteratura per l’infanzia negli ultimi 50 anni.
La rassegna celebra, insieme al centenario, il grande impulso che le sue storie hanno spinto i bambini alla lettura, generando grandi passioni ed emozioni.
Il percorso espositivo si snoda a partire da una interpretazione dell’universo letterario di Dahl che offre lo spunto per un itinerario bibliografico tra autori a lui affini e libri che a quell’universo si ispirano e ci conducono. Otto sono le sezioni scelte in base a temi e percorsi cari a Roald Dahl: Lo spaventabambini, Malvagi dappertutto, Minuscoli maiuscoli, Amici grandi… grandi, Viaggi dell’altro mondo, Intrugli e magie in punta di dita, La delizia del disgusto, La lettura a testa in giù.
Quentin Blake, Charlie e Willy Wonka, Dal libro La Fabbrica di Cioccolato
Quentin Blake, Charlie e Willy Wonka,
Dal libro La Fabbrica di Cioccolato
A impreziosire la proposta sono stati organizzati spazi ludici e suggestive ambientazioni, come la stanza del cantastorie dove sedersi ad ascoltare narrazioni, a sfogliare i libri di Dahl o ad ascoltare audioracconti da una vecchia radio, o La bottega dei sogni in cui creare i sogni in barattolo evocando il Grande Gigante Gentile, uno dei personaggi più amati delle sue storie, protagonista del recente film di Steven Spielberg, o ancora I cassetti delle parole per divertirsi con le sorprendenti invenzioni linguistiche che troviamo nei suoi libri.
È proprio una grande gigantografia del GGG accoglie i visitatori all’ingresso di Palazzo dei Pio; appena entrati un’installazione che riproduce un grande libro aperto, riporta la biografia dell’autore e una sua fotografia. Le immagini di Quentin Blake, l’illustratore che con Dahl ha avuto un forte e duraturo sodalizio artistico, completano il percorso, regalando ai più piccoli quelle suggestioni visive connaturate all’opera dello scrittore britannico. Queste immagini invitano i visitatori a giocare con le parole e le immagini per approfondire la conoscenza di Dahl e delle sue opere. Le illustrazioni richiamano alcuni dei racconti o romanzi più famosi dell’autore: La magica medicina, Matilde, La fabbrica di cioccolato, Gli sporcelli.
A parete alcuni pannelli allargano lo sguardo alla letteratura per l’infanzia e a quegli autori che si possono considerare precursori o seguaci di Dahl, proponendo suddivisioni tematiche per far comprendere il grande impulso dato da questo scrittore al rinnovamento della letteratura per ragazzi.

Quentin Blake, Gli Sporcelli
Quentin Blake, Gli Sporcelli

venerdì 10 febbraio 2017

Virgilio Sieni / La democrazia del corpo


Virgilio Sieni 

Virgilio Sieni

La democrazia del corpo


17 GEN 2017
di
FRANCESCA JOPPOLO



Virgilio Sieni danza anche con le parole. Chi vuole dialogare con lui, si lanci in un pas de deux verbale, si abbandoni al ritmo, ma conservi l’attenzione per non distruggere la coreografia, pur sapendo che se manca lo smarginamento non c’è libertà. "Esci dal tuo castello dorato, anche se ha le fattezze di una catapecchia è dorato il mortale senso di consuetudine che garantisce, e troverai la libertà", incita Sieni, creatore di Cango-Centro di produzione sui linguaggi del corpo e della danza, nella sala Goldonetta in via Santa Maria a Firenze, dove dal 1979 Vittorio Gassman tenne la sua Bottega teatrale. Cango: Cantieri Goldonetta.
"La ripetitività crea paranoia" - dice il ballerino e coreografo fiorentino, contemporaneo di formazione classica -. "Qualunque cosa facciano, le persone devono capire che bisogna escogitare delle strategie per contrastare la ripetitività, con coraggio. Si cominci a cambiare strada per andare al lavoro. Sennò è il deperimento dell’uomo. Quando si è accettata l’idea della schiavitù e non si lotta più si spalanca il grande baratro esistenziale". E su di noi, Sieni vede cadere una pioggia bianca di cocaina.
Con il festival appena concluso La democrazia del corpo, un’officina di ricerca lunga tre mesi, e con un impegno ininterrotto nella sua vita di uomo danzante, Sieni prova a reinventare la città perché senza un tessuto sociale, senza comunicazione vera, il respiro si accorcia e l’essere umano va in rovina. "Se la mentalità ti porta a essere razzista, devi fare un percorso di iniziazione. L’accoglienza è una pratica. IL RESPIRO. Saper respirare, saper toccare l’altro. Rendersi conto che l’altro ha un corpo, uno sguardo. Di solito usiamo solo il gesto produttivo: grattarsi, allacciarsi le scarpe" - spiega Sieni. "Teseo, quando esce dal labirinto dopo aver ucciso il Minotauro, non si allaccia le scarpe. Balla e sa che il centro di tutto è il respiro: dall’addome si arriva alla testa. Solo sospendendo il gesto quotidiano puoi prendere traiettorie diverse. Se ti avvicini piano alla mano di una persona, prima di stringerla, poi la tieni a lungo, scavi e vai all’origine dell’essere al mondo perché tutti sono stati in pancia, e a quattro zampe. Toccarsi mette in moto tutto quello che noi siamo, percepire con il polpastrello che l’altro è lì, l’aura della persona. La capacità di prendere energia, irrorati dall’altro, è persino più potente della vista che è l’organo più importante".
Virgilio fa una pirouette (basta con Sieni, Virgilio è un nome adatto a un compagno di scoperte), Virgilio fa una pirouette nel discorso e scodella l’enorme tema del cibo. "L’aspetto nutritivo, il disastro del mondo. Se ci fosse il prodotto a km zero. L’orto. Non ho tempo di fare l’orto, si dice. Una pianta ha i suoi tempi, certo. Eppure la lentezza… Devi essere svelto se uno sta per cadere in un burrone, ma nella lentezza puoi tornare all’apertura, all’ascolto, all’attesa. Rallentare il gesto, sentire il sistema articolare. Abbiamo questo scheletro perché gli abbiamo dato questo destino. Abbiamo dei centri di memoria oltre la nostra intelligenza, secondo Plotino. Noi includiamo il primo uomo. E se attraverso il gesto di oggi in qualche milione di anni possiamo mutare il DNA, è una speranza".
I centri commerciali sarebbe bene sparissero, subito. "Ce l’ho a morte con i centri commerciali, non riesco ad associarli al progresso, non capisco, non mi va bene la loro supremazia arrogante, producono ovunque uno sviluppo omologato, la città si svuota. Chi sta male entra in un imbuto senza fine. La città non può essere il luogo della paura: recinti, telecamere, a casa a una certa ora. Oppure bar, ‘movida’. La qualità del tessuto sociale, la cultura come processo di creazione dei valori delle persone, come percorso, come progetto. Più ospedali, più celle? No, le persone devono delinquere e ammalarsi meno".
Un’altra pirouette virgiliana e si torna al respiro, fondamentale anche per sviluppare il senso critico, il dialogo faccia a faccia, arginare questa “evoluzione isterica legata al digitale” che domina il mondo dei giovanissimi. Imparare le leggi della democrazia attraverso il corpo. Oltre ai ballerini della sua compagnia, Virgilio mette in scena anche non professionisti di età varia: "Lavorare con il corpo significa lavorare con la gravità, saper mollare le braccia. Mi piace individuare le parti deboli e le imperfezioni. Il fine non è togliere il tic, ma portarlo alla consapevolezza. Non si deve neutralizzare, il mio compito è aprire in un gesto poetico. Il sistema articolare è poetico. Quando la persona pratica per la prima volta è a disagio. Ma non è detto che sia negativo: impara a stare in equilibrio fra gli opposti: vuoto e pieno, peso e sospensione. Insegno il vocabolario primario: come sedersi, come camminare, come stringere le mani".
È compito dell’arte, per Virgilio, gettare una luce sull’omologazione che uccide la complessità. Contemporaneo è gettare luce nel buio. Il vero artista non avvilisce il proprio linguaggio, ma riesce a raggiungere molti: "Il gesto non è mai astratto, appartiene all’uomo, ha una risonanza orizzontale, l’hai dato, se n’è andato da te e dov’è? Non siamo innocui, qualunque cosa facciamo, siamo presenti nella formazione del tessuto sociale. Intanto partiamo dalla periferia. Questo è corpo, non il centro commerciale. Bisogna lasciar perdere il successo dell’apparire gratuito. Se qualcuno ti tocca forte, ti fa male e anche l’immagine è così. Non parlo di censura, ma dobbiamo essere custodi dello spazio, dobbiamo irrorarlo con il nostro comportamento".
Tutti i giorni il corpo cambia, invecchia. “Non salto più come a 25 anni (ora ne ha il doppio e qualcosa n.d.r.) - e saltavo! -, ma in uno spettacolo, qualche giorno fa, ho fatto cose che non facevo. A livello tecnico, intendo, non espressivo. Il mio corpo è virtuoso. Il passaggio del tempo è sicuramente una ricchezza. Poi avremo il deperimento. E allora gli affetti emergono. Una parola, una carezza".
Pirouette. Il dolore. È lì che s’imparano tante cose e si quaglia.
Pirouette. La solitudine. Essere solo in teatro, è importante affrontarlo. Poi gli altri, ma l’aspetto della solitudine è da praticare.
Pirouette. L’addio al conosciuto. "Il pensiero che si rivolge alla morte è un atto di coraggio. Abbandono il corpo: non ci sono più. All’esperienza cosmica che non ho, non ci arrivo proprio, i miei neuroni non sono sufficienti".
Pirouette finale dedicata alla “pancia”, non quella che appesantisce la linea. Attenti a guardare con alterigia chi sceglie d’istinto, avverte Virgilio: "Ci sono più neuroni nel cuore e nel ventre che nel cervello".
Francesca Joppolo
Nata e cresciuta a Roma, vive fra Firenze e la Sicilia. Giornalista professionista ha lavorato per quindici anni alla Nazione, ha collaborato, tra l’altro, con Uomini e BusinessArte ServiceIn the worldNaturart. Ha pubblicato NugaeGli occhiali dalla A alla Z. For your eyes, only? con Alessandra Albarello (Logos) e Fate silenzio, per carità.

domenica 5 febbraio 2017

Emmanuelle Riva / Pazza di libertà

Emmanuelle Riva

Emmanuelle Riva

Pazza di libertà

Emmanuelle Riva e Sheila Concari. Copyright ILANIDRAC
Emmanuelle Riva e Sheila Concari. Copyright ILANIDRAC
17 DIC 2015
di
FRANCESCA JOPPOLO


In testa non ha serpenti, ma i capelli corti di un grigio luminoso li porta gentilmente ritti e scomposti; pensa che non sempre la piega a modino del parrucchiere sia il meglio per una donna. Con quest’acconciatura birbante, che dona molto al suo viso e al suo temperamento, nel 2013 ha ritirato il César vinto per il ruolo di Anne in Amour di Haneke, monsieur César, l’ha chiamato nel discorso di ringraziamento che sfuggiva a ogni convenzione: “Il film si intitola Amour. Non è l’amore, né un amore, ma Amore, un terzo personaggio, per me è il nome di una persona”.
E così pettinata, con citazione vaghissima del gusto punk, si è presentata alla cerimonia degli Oscar dove era candidata, ancora per Amour. Elegante, moderna, come coloro che sono sempre moderni perché vivono il tempo presente a tutte le età. Emmanuelle Riva, senza serpenti mitologici sulla testa, ma con i capelli gentilmente ritti, a ottantotto anni si è trasformata nella Medusa, la creatura che attrae, pietrifica con gli occhi e ferma il tempo.
Al Centro culturale Il Funaro di Pistoia, luogo diverso da tutti, l’attrice francese di Hiroshima mon amourThérèse Desqueyroux (Coppa Volpi 1961 per la migliore interpretazione femminile), KapòGli occhi, la boccaFilm Blu e di tanto teatro, ha letto, nella sua lingua, Medusa suite, un suggestivo poema di Sheila Concari, attiva fra Parigi e la Toscana, autrice anche dei conturbanti video. Il pubblico di questa serata, unica data in Europa, ha taciuto, è stato immobile sulle poltroncine, pietrificato, non dallo sguardo della Medusa, ma dalla grandezza dell’interprete, benedetta oltretutto da una voce fresca, di quarantenne.
“Sviene,

d’amore non amore.

A-m-o-r-e
quella parola non abbastanza sognata,
sfiorita troppo presto.
Per un lungo momento trasuda l’onta”.

Emmanuelle Riva e Sheila Concari si sono conosciute nel 2009. Dalla loro intesa è nata questa nuova produzione, Medusa suite, un lavoro che l’autrice non può spiegare, ammesso che ci sia qualche cosa da capire: “In fondo l’autore desidera che anche l’ascoltatore sia perduto nelle spire di questa medusa, così come più volte lui stesso vi si è perso, per poi ritrovarsi e perdersi ancora. In questa storia “non storia” si incrociano animali acquatici ed umani, divinità e mostri, si mischiano acqua e lacrime, amore e odio, memoria ed oblio”.
Emmanuelle, non si fa chiamare madame, e Sheila, togliamo il madame anche a lei, solo Sheila, sono state cinque giorni in residenza artistica al Funaro, diventando habitué della caffetteria, dove hanno cenato anche dopo lo spettacolo con una dozzina di persone fra le quali una giornalista che, incantata dallo splendore delle commensali, non è stata giornalista; nemmeno una domanda. Per fortuna nel pomeriggio aveva fatto il suo mestiere Giuseppina Manin del Corriere della Sera alla quale Emmanuelle ha detto : “Con Sheila ci siamo incontrate per un lavoro radiofonico su Dora Maar, la fotografa amante di Picasso. Tra noi si è creata una sintonia speciale che ci ha portato a ragionare sulla femminilità e la sessualità, la maternità e il suo rifiuto, la metamorfosi e i suoi turbamenti. Come Sheila, anch’io non ho mai desiderato avere figli. Tanto meno sposarmi. Ho avuto i miei legami, s’intende. Ma gli obblighi di una famiglia non facevano per me. Il mio grande amore è stato un altro, il teatro. Il teatro è esigente, ti chiede tutto. L’ho sposato e gli sono stata fedele. Non ho avuto casa né famiglia, ma la libertà sì. E io sono pazza di libertà”.
La giornalista che non ha fatto domande questa libertà l’ha vista e percepita sedendo di fronte a Emmanuelle, accanto a un’amica cinefila che l’ha amata come lei. Ghiottissima del passato di carote servito in ampie ciotole dalle quali, con leggerezza di uccellino disinvolto, l’attrice ha attinto più volte, grata e quasi sorpresa dei complimenti per la sua carriera, naturale nell’essere Emmanuelle e non la primadonna della tavolata. Emmanuelle interessata alle vite degli altri, senza smancerie, con una affettuosità selettiva, se qualcuno le sembra horrible, lo dice. Gli altri sono fondamentali per lei, si capisce. Nella serata dei César Emmanuelle disse che intende il mestiere di attore come un’espressione di solidarietà, che da piccola cantava in un coro e amava cantare in un coro. Aggiunse che forse era una sua debolezza volere la vicinanza degli altri. E’ una forza, invece. E nessuno può rubarle la scena.
Francesca Joppolo
Nata e cresciuta a Roma, vive fra Firenze e la Sicilia. Giornalista professionista ha lavorato per quindici anni alla Nazione, ha collaborato, tra l’altro, con Uomini e BusinessArte ServiceIn the worldNaturart. Ha pubblicato NugaeGli occhiali dalla A alla Z. For your eyes, only? con Alessandra Albarello (Logos) e Fate silenzio, per carità.



venerdì 3 febbraio 2017

Emmanuelle Riva / «Io, la Medusa»l’attrice francese a Villa Medici


Emmanuelle Riva

Emmanuelle Riva: «Io, la Medusa»
l’attrice francese a Villa Medici

«Medusa suite» è lo spettacolo scritto e diretto da Sheila Concari, per la rassegna«I giovedì della Villa - Questions d’art» il 17 novembre ore 20,30

di Emilia Costantini
17 novembre 2016 | 07:28

«Sono felice di essere in Italia», sospira Emmanuelle Riva, la grande attrice e poetessa francese, che il 17 novembre sarà protagonista a Villa Medici del monologo «Medusa suite».
Emmanuelle Riva

«L’Italia è meravigliosa»
Si guarda intorno ammirata: «Sono venuta spesso a Roma, ma non ero mai stata ospite qui a Villa Medici: è meravigliosa!», esclama estasiata mentre allunga lo sguardo nei saloni e nel parco dell’Accademia di Francia. Lo spettacolo (ore 20,30), scritto e diretto da Sheila Concari (il testo è pubblicato da Mincione edizioni), fa parte della rassegna «I giovedì della Villa - Questions d’Art» e sarà preceduto (ore 19) dal concerto «White face» del Quartetto Béla. «Reinterpreto il mito di Medusa in chiave onirica - continua l’attrice - raccontando i destini incrociati del mostro dallo sguardo che pietrifica, del suo giustiziere Perseo e di sua madre Danae». L’assolo è diviso in quattro episodi, con un preludio e un epilogo: «Un testo poetico, evocativo, dove si descrive una metamorfosi, dall’orrore alla bellezza. La Medusa - aggiunge la Riva - è un personaggio mitologico, inventato dagli uomini, frutto dell’immaginazione umana. Ma qui vive un’altra vita».


Emmanuelle Riva

«Ho un cognome italiano»
Il rapporto di Emmanuelle con l’Italia è piuttosto stretto: «Ho un cognome italiano, Riva! E mio nonno era un muratore lombardo... Andò a vivere in Francia e sposò una francese. Una famiglia povera, la nostra», che però non ha impedito a Emmanuelle di intraprendere la carriera di attrice. «Ho iniziato in teatro», ricorda, poi il felice approdo al grande cinema, a cominciare da «Hiroshima mon amour» di Alain Resnais (1959)fino al recente e struggente «Amour» di Michael Haneke (2012) con Jean-Louis Trintignant. «Ma in Italia ho avuto la possibilità di lavorare con registi che mi hanno proposto ruoli diversi dal solito. Per esempio Antonio Pietrangeli con “Adua e le compagne” dove, insieme a Simone Signoret e Sandra Milo, eravamo delle prostitute che, dopo la chiusura delle case di tolleranza, si inventano di aprire un ristorante. Oppure Gillo Pontecorvo che mi volle nel film “Kapò”. Anche Federico Fellini mi propose un parte in “E la nave va”, ma poi non ebbi la possibilità di accettare il ruolo. Insomma, ho vissuto davvero un bel periodo nel cinema italiano».

Emmanuelle Riva

Una carriera ricca di premi
Una carriera anche ricca di premi e riconoscimenti (il César, il Bafta, la Coppa Volpi e la nomination all’Oscar per «Amour») che adesso ritorna al teatro. Eil prossimo 24 febbraio taglia il traguardo dei 90 anni. Sorride Emmanuelle e avverte subito: «Non festeggio i compleanni, ma so bene qual è la mia età. È il corpo che me la fa sentire, che me la ricorda costantemente. Il tempo corre e non sia mai come migliorare il rapporto con gli altri». E il pensiero va al recente, triste anniversario della strage parigina del Bataclan: «Stiamo attraversando il momento storico più tragico dell’umanità, in cui si sta concentrando tutto il male che è possibile fare. Non c’è giorno che non pensi a quanto è accaduto in Francia e a quello che purtroppo può ancora accadere. Non si trovano le parole giuste e quelle che dico possono apparire solo banali». La Francia è un paese accogliente: «Sì, ma mi chiedo quanto potrà durare questa accoglienza, spero a lungo. E mi chiedo anche a cosa possa servire l’arte in un contesto di morte come quello che stiamo vivendo. Ci vorrebbe più solidarietà e non solo a parole».