venerdì 1 maggio 2015

García Márquez / Monologo di Isabel mentre vede piovere su Macondo


Gabriel García Márquez
Monologo di Isabel 
mentre vede piovere su Macondo




L'inverno precipitò una domenica all'uscita dalla messa. La notte del

sabato era stata soffocante. Ma la domenica mattina non si pensava

ancora che avrebbe potuto piovere. Dopo la messa, prima che noi donne

avessimo il tempo di trovare il fermaglio dei parasoli, soffiò un

vento denso e scuro che spazzò in un vasto giro circolare la polvere e

la dura sterpaglia di maggio. Qualcuno disse vicino a me: «E' vento

d'acqua». E io lo sapevo sin da prima. Da quando eravamo usciti sul

sagrato e mi ero sentita rabbrividire in una viscosa sensazione al

ventre. Gli uomini corsero verso le case vicine con una mano sul

cappello e un fazzoletto nell'altra, proteggendosi dal vento e dal

polverone. Allora piovve. E il cielo fu una sostanza gelatinosa e

grigia che aleggiò a un palmo dalle nostre teste.

Durante il resto della mattinata la mia matrigna e io restammo sedute

sulla veranda, contente che la pioggia rivitalizzasse il rosmarino e

la tuberosa assetati nei vasi dopo sette mesi di estate intensa, di

polvere bruciante. A mezzogiorno cessò il riverbero della terra e un

odore di suolo rimosso, di desta e rinnovata vegetazione, si confuse

al fresco e salutare odore della pioggia col rosmarino Mio padre disse

all'ora di pranzo: «Quando piove in maggio è segno che l'acqua sarà

buona». Sorridente, trafitta dal filo luminoso della nuova stagione,

la mia matrigna mi disse: «L'hai sentito anche al sermone». E mio

padre sorrise. E pranzò di buon appetito e fece pure una buona

digestione sulla veranda, silenzioso, con gli occhi chiusi ma senza

dormire, quasi che sognasse da sveglio.

Piovve per tutto il pomeriggio su un unico tono. Nell'intensità

uniforme e quieta si udiva cadere l'acqua come quando si viaggia in

treno per tutto il pomeriggio. Ma senza che ce ne accorgessimo, la

pioggia stava penetrando troppo a fondo nei nostri sensi. All'alba di

lunedì, mentre chiudevamo l'uscio per evitare la brezza tagliente e

gelida che soffiava in cortile, i nostri sensi erano stati ricolmati

dalla pioggia. E la mattina del lunedì ne traboccavano. La mia

matrigna e io contemplammo ancora il giardino. La terra aspra e grigia

di maggio si era tramutata nella notte in una sostanza scura e

pastosa, simile al sapone comune. Un rigagnolo d'acqua cominciava a

scorrere in mezzo ai vasi. «Credo che questa notte abbiano già avuto

acqua a sazietà» disse la mia matrigna. E io notai che aveva smesso di

sorridere e che la sua allegria del giorno prima si era trasformata in

una serietà stanca e tediata. «Credo di sì» dissi. «Sarà meglio che i

contadini li mettano in corridoio finché non torna sereno.» E così

fecero, mentre la pioggia cresceva come un albero immenso sopra gli

alberi. Mio padre si sistemò nello stesso posto della domenica

pomeriggio, ma non parlò della pioggia. Disse: «Devo avere dormito

male questa notte, perché mi sono svegliato con la colonna vertebrale

dolorante». E se ne rimase lì, seduto sulla veranda, con i piedi su

una seggiola e la testa girata verso il giardino vuoto. Solo

all'imbrunire, dopo avere rifiutato di cenare, disse: «E' come se non

dovesse finire più». E io ricordai le giornate di calura. Ricordai

agosto, quelle sieste lunghe e attonite in cui ci lasciavamo morire

sotto il peso dell'ora, con i vestiti appiccicati al corpo per il

sudore, mentre sentivamo fuori il ronzio insistente e sordo dell'ora

che mai trascorreva. Vidi le pareti lavate, le giunture del legno

allargate dall'acqua. Vidi il piccolo giardino, vuoto per la prima

volta, e il gelsomino contro il muro, fedele al ricordo di mia madre.

Vidi mio padre seduto sulla sedia a dondolo, con le vertebre doloranti

appoggiate su un cuscino, e gli occhi tristi, smarriti nel labirinto

della pioggia. Ricordai le notti di agosto, nel cui silenzio

stupefatto si sente solo il rumore millenario che fa la Terra girando

sull'asse arrugginito e da oliare. D'improvviso mi sentii colta da una

tristezza spossante.

Piovve per tutto il lunedì, come la domenica. Ma era come se stesse

piovendo in un altro modo, perché qualcosa di diverso e di amaro

accadeva nel mio cuore. All'imbrunire una voce accanto alla mia

seggiola disse: «E' noiosa questa pioggia». Senza che mi girassi a

guardare, riconobbi la voce di Martín. Sapevo che stava parlando dalla

seggiola accanto, con la stessa espressione fredda e attonita che non

era mutata neppure dopo quella buia alba di dicembre in cui aveva

cominciato a essere mio marito. Erano trascorsi cinque mesi da allora.

Adesso io stavo per avere un bambino. E Martín era lì, accanto a me, a

dire che la pioggia lo annoiava. «Noiosa no» dissi. «Quello che mi

sembra troppo triste è il giardino vuoto e quei poveri alberi che non

possono allontanarsi dal cortile. » Allora mi voltai a guardarlo, e

Martín non era più lì. Era appena una voce che mi diceva:

«Naturalmente non finirà mai» e quando guardai verso la voce vidi solo

la seggiola vuota.

Il martedì iniziò con una mucca nel giardino. Sembrava un promontorio

di argilla nella sua immobilità dura e ribelle, con le unghie piantate

nel fango e la testa piegata. Durante il mattino i contadini cercarono

di mandarla via con bastoni e sassi. Ma la mucca rimase imperturbabile

nel giardino, dura, inviolabile, sempre con le unghie piantate nel

fango e l'enorme testa umiliata dalla pioggia. I contadini la

incalzarono finché la paziente tolleranza di mio padre non intervenne

in sua difesa. «Lasciatela tranquilla» disse. «Se ne andrà così com'è

venuta.»

All'imbrunire del martedì l'acqua si infittiva e doleva come un drappo

funebre sul cuore. Il fresco della prima mattina cominciò a

trasformarsi in un'umidità calda e pastosa. La temperatura non era

fredda né calda; era una temperatura da brividi. I piedi sudavano

dentro le scarpe. Non si sapeva cosa fosse più sgradevole, se la pelle

allo scoperto o il contatto dei vestiti sulla pelle. In casa era

cessata ogni attività. Ci sedemmo sulla veranda, ma ormai non

contemplavamo più la pioggia come il primo giorno. Ormai non la

sentivamo cadere. Ormai vedevamo solo la sagoma degli alberi nella

nebbia, in un imbrunire triste e desolato che lasciava sulle labbra lo

stesso sapore con cui ci si sveglia dopo avere sognato una persona

sconosciuta. Io sapevo che era martedì e ricordavo le gemelle di San

Jerónimo, le bambine cieche che ogni settimana vengono a casa a

recitarci canzoni semplici, rattristate dall'amaro e solingo prodigio

delle loro voci. Sopra la pioggia io udivo la canzoncina delle gemelle

cieche e le immaginavo in casa loro, raggomitolate, in attesa che la

pioggia finisse per uscire a cantare. Quel giorno le gemelle di San

Jerónimo non sarebbero venute, pensavo io, né la mendicante sarebbe

apparsa sulla veranda dopo la siesta, a chiedere, come ogni martedì,

l'eterno rametto di cedronella.

Quel giorno il pranzo non fu servito alla solita ora. Durante la

siesta la mia matrigna distribuì un piatto di semplice minestra e un

tozzo di pane rancido. Ma in realtà non mangiavamo dall'imbrunire del

lunedì e credo che da allora avessimo smesso di pensare. Eravamo

paralizzati, narcotizzati dalla pioggia, in preda al crollo della

natura in un atteggiamento pacifico e rassegnato. Soltanto la mucca si

mosse nel pomeriggio. D'improvviso, un profondo rumore le scosse le

viscere e le unghie si piantarono nel fango con più forza. Poi rimase

immobile per mezz'ora, come se fosse già morta, ma non potesse cadere

perché glielo impediva l'abitudine di essere viva, l'inerzia di

rimanere in una stessa posizione sotto la pioggia, finché l'abitudine

divenne più debole del corpo. Allora piegò le zampe anteriori (con i

fianchi lucidi e scuri ancora levati in un ultimo sforzo agonico),

immerse il muso pieno di bave nella fangaia e si arrese infine al peso

della sua stessa materia in una silenziosa, graduale e dignitosa

cerimonia di crollo totale. «Fin lì è arrivata» disse qualcuno alle

mie spalle. E io mi girai a guardare e vidi sulla soglia la mendicante

dei martedì che avanzava attraverso la tormenta per chiedere il

rametto di cedronella.

Forse il mercoledì mi sarei abituata a quell'atmosfera esterrefatta se

arrivando nel salotto non avessi trovato il tavolo spinto contro la

parete, i mobili ammucchiati sopra, e dall'altra parte, in un

parapetto improvvisato durante la notte, i bauli e le casse insieme

agli utensili domestici. Lo spettacolo mi produsse una terribile

sensazione di vuoto. Qualcosa era successo durante la notte. La casa

era in disordine; i contadini senza camicia e scalzi, con i pantaloni

rimboccati alle ginocchia, trasportavano i mobili nella sala da

pranzo. Nell'espressione degli uomini, nella stessa diligenza con cui

lavoravano si notava la crudeltà della frustrata rivolta, della

forzata e umiliante inferiorità sotto la pioggia. Io mi muovevo senza

sapere dove, priva di volontà. Mi sentivo tramutata in una prateria

desolata, cosparsa di alghe e di licheni, di funghi viscosi e blandi,

fecondata dalla ripugnante flora dell'umidità e delle tenebre. Io me

ne stavo nel salotto a contemplare il deserto spettacolo dei mobili

ammucchiati quando udii nella stanza la voce della mia matrigna che mi

avvertiva che potevo prendermi una polmonite. Solo allora mi resi

conto che l'acqua mi arrivava alle caviglie, che la casa era inondata,

il pavimento coperto da una spessa superficie di acqua viscosa e

morta.

A mezzogiorno del mercoledì l'alba non era ancora trascorsa. E prima



delle tre del pomeriggio la notte era già calata, prematura e

malaticcia, con lo stesso lento e monotono e spietato ritmo della

pioggia nel cortile. Fu un crepuscolo precoce, dolce e lugubre, che

crebbe in mezzo al silenzio dei contadini, i quali si accoccolarono

sulle seggiole, contro le pareti, esausti e impotenti dinanzi al

turbamento della natura. Fu allora che cominciarono ad arrivare

notizie dalla strada. Arrivavano semplicemente, precise,

individualizzate, come portate dal fango liquido che scorreva per le

vie e trascinava oggetti domestici, cose e cose, macerie e animali

morti. Eventi accaduti la domenica, quando la pioggia era ancora

l'annuncio di una stagione provvidenziale, tardarono due giorni a

essere conosciuti in casa. E il mercoledì le notizie giunsero come

sospinte dallo stesso dinamismo interiore della tormenta. Si seppe

allora che la chiesa era inondata e che si temeva il suo crollo.

Qualcuno che non aveva motivo di saperlo, disse quella sera: «Il treno

non può passare il ponte da lunedì. Sembra che il fiume abbia portato

via le rotaie». E si seppe che una donna ammalata era scomparsa dal

suo letto ed era stata ritrovata quel pomeriggio mentre galleggiava

nel cortile.

Terrorizzata, posseduta dal terrore e dal diluvio, mi sedetti sulla

seggiola a dondolo con le gambe contratte e gli occhi fissi

nell'oscurità umida e colma di torbidi presentimenti. La mia matrigna

apparve nel vano della porta, con la lampada in alto e la testa

dritta. Sembrava un fantasma familiare dinanzi al quale io non

provassi spavento alcuno perché io stessa facevo parte della sua

condizione soprannaturale. Avanzò sino a me. Teneva sempre la testa

dritta e la lampada in alto, e sguazzava nell'acqua della veranda.

«Adesso dobbiamo pregare» disse. E io vidi il suo volto secco e vizzo,

come se avesse appena lasciato una tomba o come se fosse fabbricata in

una sostanza diversa da quella umana. Stava davanti a me, col rosario

in mano, e diceva: «Adesso dobbiamo pregare. L'acqua ha rotto le tombe

e i poveri morti stanno galleggiando nel cimitero».

Forse avevo dormito poco quella notte quando ero stata svegliata in

sobbalzo da un odore agro e penetrante come quello del morti in

decomposizione. Avevo scosso con energia Martín, che russava accanto a

me. «Non lo senti?» gli avevo detto. E lui aveva detto: «Cosa?». E io

gli avevo detto: «L'odore. Devono essere i morti che stanno

galleggiando per le strade». Io ero terrorizzata da quell'idea, ma

Martín si era girato contro la parete e aveva detto con la voce rauca

e addormentata: «Sono idee tue. Le donne incinte stanno sempre lì a

immaginarsi cose».

All'alba del giovedì cessarono gli odori, si perse il senso delle

distanze. La nozione del tempo, sconvolta sin dal giorno prima,

scomparve del tutto. Allora non vi fu giovedì. Quello che avrebbe

dovuto esserlo fu una cosa fisica e gelatinosa che si sarebbe potuto

scostare con le mani per affacciarsi al venerdì. Lì non c'erano uomini

né donne. La mia matrigna, mio padre, i contadini erano corpi adiposi

e improbabili che si muovevano nelle sabbie mobili dell'inverno. Mio

padre mi disse: «Non muoverti di qui finché non ti avrò detto che cosa

succede», e la sua voce era lontana e indiretta e sembrava che non la

si percepisse con le orecchie ma col tatto, che era l'unico senso

ancora funzionante.

Ma mio padre non ritornò: si smarrì nel tempo. Sicché quando scese la

notte chiamai la mia matrigna per dirle di accompagnarmi nella camera

da letto. Ebbi un sonno pacifico, sereno, che si protrasse per tutta

la notte. Il giorno dopo l'atmosfera era sempre uguale, senza colore,

senza odore, senza temperatura. Non appena sveglia balzai su una

seggiola e rimasi immobile, perché qualcosa mi indicava che una zona

della mia coscienza non si era ancora destata del tutto. Allora udii

il fischio del treno. Il fischio prolungato e triste del treno che

metteva in fuga la tramontana. "Deve avere smesso di piovere da

qualche parte" pensai, e una voce dietro di me sembrò rispondere al

mio pensiero: «Dove...?» disse. «Chi è?» dissi io, guardando. E vidi



la mia matrigna con un braccio lungo e smagrito teso verso la parete.

«Sono io» disse. E io le dissi: «Lo senti?». E lei disse che sì, che

forse aveva smesso di piovere nei dintorni e avevano riparato le

linee. Poi mi porse un vassoio con la colazione fumante. Aveva un

odore di salsa d'aglio e di burro ribollito. Era un piatto di

minestra. Sconcertata chiesi alla mia matrigna che ora fosse. E lei,

quietamente, con una voce che sapeva di prostrata rassegnazione,

disse: «Devono essere le due e mezza, più o meno. Il treno non è in

ritardo dopotutto». Io dissi: «Le due e mezza! Come ho potuto dormire

tanto!». E lei disse: «Non hai dormito molto. Al massimo saranno le

tre». E io, tremando, sentendomi scivolare il piatto dalle mani: «Le

due e mezza di venerdì...» dissi. E lei, mostruosamente tranquilla:

«Le due e mezza di giovedì, figlia. Ancora le due e mezza di giovedì».

Non so per quanto rimasi immersa in quel sonnambulismo in cui i sensi

smarrirono il loro valore. So soltanto che dopo molte ore incontabili

udii una voce nella stanza accanto. Una voce che diceva: «Adesso puoi

tirare il letto da questa parte». Era una voce affaticata, ma non una

voce di malato, semmai di convalescente. Poi udii il rumore dei

mattoni nell'acqua. Rimasi rigida prima di rendermi conto che me ne

stavo in posizione orizzontale. Allora sentii il vuoto immenso. Sentii

il trepidante e violento silenzio della casa, l'immobilità incredibile

che coinvolgeva ogni cosa. E d'improvviso mi sentii il cuore tramutato

in una pietra gelida. "Sono morta" pensai. "Dio. Sono morta." Feci un

balzo nel letto. Gridai: «Ada! Ada!». La voce sciapa di Martín mi

rispose dall'altra parte: «Non possono sentirti perché ormai sono

fuori». Solo allora mi resi conto che aveva smesso di piovere e che

intorno a noi si estendeva un silenzio, una tranquillità, una

beatitudine misteriosa e profonda, uno stato perfetto che doveva

essere molto simile alla morte. Poi si udirono passi sulla veranda. Si

udì una voce chiara e completamente viva. Di lì a poco una brezza

fresca scosse l'uscio, fece cigolare la serratura, e un corpo solido e

momentaneo, come un frutto maturo, cadde profondamente nella cisterna

del cortile. Qualcosa nell'aria denunciava la presenza di una persona

invisibile che sorrideva nel buio. "Dio mio" pensai allora, confusa

dallo sconvolgimento del tempo. "Adesso non mi stupirebbe che mi

chiamassero per andare ad assistere alla messa di domenica scorsa."


1955.



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