lunedì 15 novembre 2021

Morto lo scrittore Wilbur Smith / Aveva 88 anni

 

Wilbur Smith

Morto lo scrittore Wilbur Smith: aveva 88 anni


L'annuncio sul suo sito: "Se n'è andato in modo inaspettato dopo una mattinata di lettura e scrittura"


Bestselling author Wilbur Smith dies aged 88

Wilbur Smith / l’incipit de «Il fuoco della vendetta»

Wilbur Smith, ecco il nuovo romanzo / «Il fuoco della vendetta»


di ENRICO FRANCESCHINI

13 NOVEMBRE 2021


LONDRA – Se n’è andato come un personaggio dei suoi romanzi: di colpo, inaspettatamente, dopo una giornata passata a leggere, scrivere e godere della compagnia della quarta moglie, la tagika Niso, colei a cui aveva appena dedicato l’ultimo libro, appena uscito in Italia. “Hai guarito il mio cuore e mi hai donato la forza di un esercito”, recita il messaggio all’amata consorte sulle prime pagine del volume, “grazie per avermi spinto a diventare il miglior scrittore possibile”.

Resteranno forse queste le ultime parole di Wilbur Smith, il re dell’avventura, scomparso a 88 anni in Sud Africa, nel continente dove era nato, dove aveva quasi sempre vissuto e in cui aveva messo in scena le epiche storie che lo hanno reso, se non il “miglior scrittore possibile”, certamente uno degli autori più popolari e più ricchi del mondo. Quaranta titoli, suddivisi tra la saga sull’antico Egitto, di cui Il nuovo regno costituisce l’ultimo capitolo, preceduto da Il dio del fiume, Il settimo papiro e svariati altri, e quelle su dinastie di famiglie di bianchi come lui, cresciuto nella Rhodesia (oggi Zambia) dell’apartheid, regime che condannò aspramente, poi passate attraverso la fine del colonialismo e l’inizio di una nuova era all’insegna dell’eguaglianza razziale, come il ciclo dei Courtney e dei Ballantyne, iniziato con Il destino del leone, il fortunato esordio che lo fece scoprire e ne fece un campione di best-seller. Centoventi milioni di copie vendute, un sesto delle quali in Italia, uno dei paesi dove aveva più lettori.

Il vero avventuriero era suo padre, un operaio dell’industria metallurgica che diventò padrone della fabbrica in cui lavorava, un ex-pugile “dalle braccia grosse così”, un cacciatore che in Rhodesia comprò una fattoria e si ritirò lì a coltivare la terra. Ma anche un uomo bianco con mentalità vecchio stampo, un colonialista: “Gli diedi retta finché ho compiuto vent’anni e poi ho cominciato a pensare con la mia testa”, lo ricordava Wilbur. “Non volevo perpetuare l’ingiustizia, così lasciai la Rhodesia e cercai di trovare da solo la mia strada”.

Da ragazzo vuole fare il giornalista, il padre lo costringe a studiare da commercialista, ma a quel punto anche Wilbur ha la sua razione di avventure: “Ho ucciso il mio primo leone a 12 anni, per autodifesa, sono stato quasi ammazzato da un bufalo, ho visto uomini uccisi dagli elefanti e ho nuotato in mezzo agli squali”, come ha raccontato a Claudia Morgoglione in una intervista a Repubblica appena qualche mese fa. Da giovane lavora in una miniera in Sud Africa e poi si imbarca su una baleniera, anche se ne discende dopo un mese, avendo compreso che non è il suo mestiere. Per un po’ lavora per l’ufficio delle imposte sudafricano. Poi torna alla passione giovanile, scrivere: non per i giornali, però. Storie di fantasie, ispirate dall’Africa e dai suoi miti. Che si tratti del mago e scienziato Taita, protagonista della saga egiziana, o dei capostipiti dei Courtney e dei Ballantyne, i personaggi dei suoi romanzi sono il suo alter ego, come ammette per primo: gli eroi romantici che avrebbe voluto impersonare nella realtà.

Il primo manoscritto viene rifiutato da venti editori. Ma quando viene pubblicato, il successo è travolgente e da allora non si ferma più. “Scrivi di ciò che conosci”, lo incoraggia l’editore. “E allora ho scritto di mio padre e mia madre”, dirà Smith, “della storia dell’Africa, dei bianchi e dei neri, della caccia grossa e delle miniere, di avventurieri e donne”. Al centro di Il destino del leone c’è un uomo che rammenta suo nonno, “cacciatore di elefanti, cercatore d’oro e comandate durante la guerra contro gli Zulu”: la sua fantasia fa il resto.

Nell’ultimo decennio scriveva insieme a collaboratori scelti insieme al nuovo editore HarperCollins, che ora pubblica tutti i suoi libri anche in Italia: Wilbur pensava alla trame e abbozzava il testo, uno scrittore più giovane faceva le ricerche e la riscrittura. Ormai era un marchio di fabbrica e come un’azienda pubblicava uno o più romanzi l’anno. Non letteratura, nemmeno narrativa d’avanguardia, ma intrattenimento d’alta qualità, come testimoniano decine di milioni di fans.

Anche la sua vita privata è stata un’avventura: quattro mogli e solo con l’ultima la felicità coniugale, “con la prima andavo d’accordo solo a letto, la seconda mi disprezzava, la terza ha sempre cercato di manipolarmi”. Poi l’incontro con Mokhiniso Rakhimova, una studentessa tagika dell’università di Mosca, di quasi 40 anni più giovane, che lo fa rinascere. I tre figli sono contrari al matrimonio, Wilbur la sposa lo stesso e rompe con i figli: “Sono una persona generosa”, diceva, “ma se qualcuno mi si rivolta contro, taglio ogni rapporto e per me è finita”.

Fra gli scrittori che ammirava di più e considerava i suoi maestri c’erano Hemingway e Steinbeck. “Mi considero un uomo del 17esimo secolo”, affermava Wilbur Smith. “La tecnologia non mi interessa. Ho bisogno di annusare le rose e il letame di bufalo”. La sua Africa, dove ora sarà sepolto dall’amata Niso.

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domenica 14 novembre 2021

Linn Ullmann e i segreti di casa Bergman

 



Linn Ullmann e i segreti di casa Bergman


Non li nomina mai, ma i genitori della sua storia sono il grande regista Ingmar e la sua musa, l’attrice Liv. Così Linn Ullmann scrive il suo doloroso lessico famigliare


2 aprile 2021


È un gioco crudele, ma ciascuno di noi lo può fare. Se tornasse in vita una persona amata, qual è la prima cosa che le diresti? Nel piccolo albergo di Bergamo che ci accoglieva, Liv Ullmann non ebbe esitazione: chiederei a Ingmar Bergman di raccontare a nostra figlia Linn chi siamo stati l'uno per l'altro. Pochi anni dopo, alla fine dell'impietoso memoir dato alle stampe da Linn Ullmann, si capisce cosa volesse dire l'attrice con quello sguardo nudo e disarmante. Perché nel grande affresco famigliare ci sono un padre geniale e una madre nevrotica, c'è il filo d'amore che lega il padre alla figlia e la genitrice a Linn, c'è la grande casa di pietra affacciata sul mar Baltico che è metafora di tutti i demoni, ma il grande assente è proprio il groviglio sentimentale, artistico, psicoanalitico da cui è scaturita una coppia leggendaria del cinema.


Linn Ullmann



Del mito non resta niente, né la storia dello Stradivari - "tu sei il mio Stradivari", disse Bergman alla sua giovane interprete, eleggendola a musa - "ma non sapevano che suona come tutti gli altri violini della stessa qualità?", chiosa Linn come a scacciare una retorica molesta. Né sopravvive la profezia oscura - "il legame che ci unisce è doloroso" - sussurrata dal regista alla sua compagna al principio della storia. "Lei trova che sia una cosa carina. E leggermente sgradevole". Carina, una frase carina. Di quell'amore sconvolgente nutrito dalla comune solitudine e dalla ricerca dell'assoluto rimane solo la separazione, questa sì raccontata doviziosamente attraverso i foglietti gialli a cui entrambi la consegnarono ("Avere riguardo. Non vivere una doppia vita. Onestà nelle situazioni difficili"). E resta naturalmente Linn, forse troppo impegnata a sciogliere i propri nodi interiori per dare retta a quelli dei genitori.


Gli inquieti è un'autobiografia coinvolgente, dove la scrittura riesce a illimpidire il risentimento traendo forza da un amore inesausto. E dalla ricerca mai finita di un padre che resta sempre sfocato, come nella fotografia di copertina dove la camicia di flanella a quadri è più nitida dello sguardo. È un Bergman accigliato, forse annoiato, quello che ci osserva insieme alla bimbetta con il cappellino di paglia? Linn Ullmann è bravissima nel mettere a parte il lettore di questo suo lavoro sulla memoria, nato quando i contorni della figura paterna cominciano sfumare nell'indistinto. E allora bisogna ripartire dalla voce - ascoltare è come vedere le cose, gliel'ha insegnato lui - bisogna ritrovare le audiocassette registrate negli ultimi mesi per realizzare insieme il libro-intervista sulla vecchiaia, che è poi il loro modo di trovarsi e al contempo dirsi addio.



Liv Ullmann, la figlia Linn e Ingmar Bergman sul set di Sussurri e grida, 1972


Del padre Linn sa poco. Non ha ricordi di vita famigliare con lui e la mamma - abbandonò Farö che aveva solo tre anni - deve frugare in quel che rimane dei suoi soggiorni estivi nella grande casa sull'isola insieme a Ingmar e a Ingrid, la nuova moglie che cucina, spiumaccia, soprattutto rammenda: la compagna ideale per quel genio spezzato da molte ferite. I fantasmi paterni traspaiono solo dalle gabbie entro le quali vengono trattenuti, dalla puntualità ossessiva, dalla scansione sempre eguale delle giornate, dalle "sedute" di conversazione in cui a "come stai?" bisogna rispondere con precisione geometrica anche a dieci anni, dalla paura della luce e del vento, che a ben vedere sono metafore di vita. "Hai freddo? Non stare nella corrente", è l'assillo della sua infanzia a Hammars. Niente doveva turbare l'apparente quiete della casa lunga e stretta, neppure nei giorni del dolore. "Non saranno ammesse manifestazioni emotive eccessive", fu il lascito di Bergman per i suoi funerali, immaginati nel dettaglio come un set cinematografico: la bara eguale a quella di Giovanni Paolo II, solo fiori rossi, il posticino al cimitero dove i cipressi sono più verdi.


Se intorno a Bergman permane l'aura sacrale dell'artista in cerca di Dio, il ritratto di Liv Ullmann tradisce il dolore d'una figlia che forse ha amato troppo, fino a quella sentenza tombale: "Penso di aver pianto per tutta la vita la scomparsa dei miei genitori. Posso piangere la scomparsa di chi è ancora in vita?". Quando entra in scena la madre, il registro narrativo diventa opaco. Liv è spesso raffigurata in sottoveste di seta, il più delle volte dorme, legge, tiene un bicchiere di vino in mano, dice "ho i nervi a pezzi" e s'impasticca, comunque finge di governare un vita che le sfugge da ogni parte. "Tua madre è la bugiarda più sincera del mondo", è l'unico giudizio che sentiamo dalla voce di Bergman, riflessione molto lusinghiera per l'attrice, forse meno per la persona.

Per anni la scrittrice ha cercato una sua fotografia intima con i genitori. Solo loro tre insieme. Gli inquieti è quell'immagine mai trovata, enigmatica come può esserlo un viaggio interiore. E resta impressa anche a libro finito.

Il libro. Linn Ullmann, Gli inquieti, Guanda (Traduzione Katia Bagnoli, pagg. 408, euro 20)


LA REPUBBLICA




giovedì 11 novembre 2021

Attacco omofobo nel suo Senegal allo scrittore Sarr, neo premio Goncourt

 

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Mohamed Mbougar Sarr (Afp/Guay)

Attacco omofobo nel suo Senegal allo scrittore Sarr, neo premio Goncourt

di STEFANO MONTEFIORI, corrispondente a Parigi8 novembre 2021 (modifica il 8 novembre 2021 | 08:51)
L’accusa: «Difese i gay». Sui socia media è partita la campagna «Félicitations retirées», complimenti ritirati, contro l’autore di «La plus secrète mémoire des hommes»

Quando ha ricevuto il Prix Goncourt a Parigi, mercoledì scorso, lo scrittore senegalese Mohamed Mbougar Sarr ha suscitato in patria un’ondata di soddisfazione e orgoglio nazionale: per la prima volta il più importante premio letterario della francofonia è stato attribuito a uno scrittore originario dell’Africa sub-sahariana. Giornali e tv di Dakar hanno ripercorso la storia del 31enne maggiore di sette fratelli, figlio di un medico e di una casalinga, già studente modello, vincitore del titolo di «miglior liceale del Senegal» e primo della classe anche in Francia, dove si è trasferito dopo la maturità per intraprendere gli studi letterari e dove vive tuttora con la compagna.

Ma la gioia unanime per la vittoria di Sarr con il romanzo La plus secrète mémoire des hommes (che sarà pubblicato in Italia da e/o) è durata pochi giorni. Il passato dello scrittore è stato scrutato e analizzato e sono riemerse alcune prese di posizione in difesa degli omosessuali, che in Senegal sono discriminati e perseguitati. L’orgoglio nazionale ha lasciato rapidamente spazio all’irritazione, e sui social media è partita la campagna «Félicitations retirées», complimenti ritirati.

Tra le frasi rimproverate a Mohamed Mbougar Sarr, un’intervista a «Le Monde» del 2018 nella quale dichiara che «un buon omosessuale in Senegal è un omosessuale che si nasconde, o qualcuno che fa ridere il pubblico, oppure un omosessuale morto. Purtroppo il potere religioso ha un ascendente molto forte sulle coscienze. Anche gli uomini politici o gli universitari devono prima di tutto dichiarare la loro fedeltà al potere religioso». Affermazione che sembra confermata da quel che sta accadendo in questi giorni, con l’organizzazione islamica non governativa Jamra che ha denunciato su Facebook «l’iper-mediatizzazione occidentale (sospetta)» del nuovo premio Goncourt.

Da tempo Jamra vigila sul «rispetto dei valori tradizionali» e contro le «perversioni importate dall’Occidente come l’omosessualità e la massoneria», riuscendo a mettere al bando film o serie tv sgraditi. Quanto a Mohamed Mbougar Sarr, Jamra fa notare che «prima d’ora nessuno dei grandi autori subsahariani, da Cheikh Hamidou Kane a Amadou Hampaté Bâ passando per Cheikh Anta Diop sono mai stati premiati dal Goncourt». L’insinuazione è che il premio andato a Mohamed Mbougar Sarr sia una macchinazione occidentale per promuovere l’omosessualità. La ong islamica assicura che «il romanzo verrà da noi letto integralmente e con grande attenzione» e minaccia poi di prendere posizione pubblicamente «come è accaduto in passato con I versi satanici di Salman Rushdie».

Solo che il romanzo premiato La plus secrète mémoire des hommes ignora il tema dell’omosessualità, presente semmai nel precedente De purs hommes. Ma la campagna di odio è ormai partita. Con grande pacatezza lo scrittore ha reagito nel corso di un’intervista a ITV Senegal, nella quale ha evocato «malintesi e incomprensioni» aggiungendo «sono uno scrittore e cerco di fare il mio lavoro di scrittore».


CORRIERE DELLA SERA





martedì 9 novembre 2021

Juan Rulfo / La pianura in fiamme

 

Juan Rulfo

La pianura in fiamme


Il Messico rurale e la coralità dei suoi poveri villaggi, la sua vita quotidiana e la lotta per vivere alle avversità naturali e umane nel racconto realistico e magico di Juan Rulfo


11 / 6 / 2014

“San Gabriel esce dalla nebbia umida di rugiada. Le nubi della notte hanno dormito sul paese cercando il calore della gente. Adesso sta per uscire il sole e la nebbia si alza adagio, arrotolando il suo lenzuolo, lasciando filacce bianche sui tetti. Un vapore grigio, appena visibile, sale dagli alberi e dalla terra bagnata attirato dalle nubi; ma svanisce subito. E dopo viene il fumo nero delle cucine, odoroso di leccio bruciato, a coprire il cielo di cenere. In lontananza le colline sono ancora in ombra. Una rondine ha tagliato le strade e poi è suonato il primo rintocco del giorno. Le luci si sono spente. Allora una macchia come di terra ha avvolto il paese, che seguita a russare ancora un poco, addormentato nel colore dell’alba.”

 

E’ l’inizio di uno dei diciassette racconti che compongono il libro “La Pianura in fiamme” di Juan Rulfo, scrittore messicano affatto prolifico che, insieme a questa raccolta di racconti scritti nel 1953, ha composto un solo romanzo nel 1955 dal titolo “Pedro Pàramo”. Confesso che non conoscevo questo autore, se non per averne sentito vagamente parlare in qualche chiacchera con amici mentre si discuteva di quali autori centro e sud americani si avesse o meno letto e apprezzato. Quando, finalmente qualche settimana fa, ho fatto conoscenza con la sua scrittura, si è trattato di una scoperta gradevolissima e di un’esperienza piacevolissima.

Nella prefazione al libro edito da Einaudi, Ernesto Franco, scrive che Juan Rulfo “è stato ed è uno scrittore circondato da leggende” e ne ha ben ragione, vista la sorprendente e straordinaria capacità che ha avuto, nonostante una brevissima e folgorante escursione letteraria – due sole opere in pratica tra gli anni 1953 e 1955 – di incantare autori come Marquez, Borges e Cortàzar.

Si narra che alla domanda fattagli da Enrique Villa-Matas, noto scrittore e saggista catalano, del perché non scrivesse più, Rulfo gli abbia risposto che essendo morto lo zio Celerino che gli raccontava le storie, non aveva più nulla da scrivere. In realtà Juan Rulfo ha svolto anche l’attività di sceneggiatore e di fotografo e ha animato con altri la vita culturale messicana dagli anni ’30 agli anni ’70 del ‘900 ma, rimane sorprendente il suo grande impatto letterario sui maggiori autori centro e sud americani con una produzione così scarna. Il mistero, però, viene svelato se solo ci si approccia alla lettura delle sue storie.

Juan Rulfo ne narra tantissime nei diciassette racconti che compongono “La pianura in fiamme”; tutti i singoli racconti sono un insieme di storie accennate, sussurrate in pochi tratti, richiamate nei ricordi dei personaggi e calate nelle folgoranti descrizioni della terra messicana che fa da sfondo alla narrazione. Perdersi dentro a questo raccontare e trovarsi ad immaginare quale storia appartiene a questo o a quel personaggio che compone la coralità delle voci narrate, appaga la lettura tanto quanto il lasciarsi condurre dalla prosa raffinata, essenziale e, allo stesso tempo, densa e complessa, della sua scrittura.

Nei diciassette racconti Rulfo narra del Messico, quello profondo, rurale degli anni ‘40 e ‘50 del secolo scorso, uscito dalla rivoluzione e dalle guerriglie. Uomini, donne, bambini e vecchi che lottano per vivere ogni giorno in una terra scossa dagli eventi atmosferici che segnano in positivo o in negativo, secondo una naturale casualità, una terra povera e apparentemente inospitale: acqua, vento, siccità sono i grandi protagonisti delle storie raccontate e dentro questo microclima si svolgono le vicende di sangue, di vendetta, di crudeltà di contadini, di contrabbandieri e banditi, alcuni anche loro malgrado, diventati questi semplicemente per fame o perché trovatisi lì, in quel momento, senza altra alternativa che combattere contro altri eserciti di poveri, anch’essi per puro caso avversari.

In un Messico allo stesso tempo realistico e magico, che la grande scrittura di Rulfo riesce a rappresentare, si snodano nella quotidiana banalità del vivere delle comunità contadine le vite, i sentimenti, i legami affettivi e sociali. A incombere è la morte, violenta o naturale, a volte determinata dalla vendetta e dai peggiori e infimi sentimenti di odio e gelosia, altre volte intervenuta per il naturale corso delle cose. Rulfo scrive storie semplici, folgoranti per prosa e per brevità, che lasciano il lettore a bocca aperta ogni volta che finiscono o sembrano interrompersi improvvisamente con un punto finale. Date retta: vale la pena sperimentare questa esperienza di lettura.


GLOBAL PROJECT


venerdì 5 novembre 2021

Juan Rulfo / Man non li senti i cani abbaiare?

 


MA NON LI SENTI I CANI ABBAIARE? 

Tratto da La pianura in fiamme di Juan Rulfo – a cura di Matteo Rimondini Andrés Ríos


Juan Rulfo nasce nel 1918 a Sayula in Messico, e, anche se pubblica solo due opere letterarie, En Llano en llamas (1953) e Pedro Páramo (1955), il suo unico romanzo, è considerato uno degli autori più rappresentativi del suo paese. Scrittore non di professione, si alterna infatti fra mansioni di funzionario e di rappresentante di pneumatici ma fonda diverse riviste e intrattiene rapporti importanti con tutti i principali autori latino-americani dell’epoca, cercando già in vita uno spazio nel dibattito letterario. Senza alcun dubbio può figurare insieme ai grandi nomi che popolano la produzione letteraria degli anni ’50 e ’60 in America Latina, nella generazione di scrittori compresa fra L’ombelico della luna di Carlos Fuentes nel 1958 sino a Cent’anni di solitudine di solitudine di Gabriél García Márquez del 1967. Rulfo  vive un periodo florido in campo letterario e pieno di mutamenti in ambito storico-sociale per tutto il continente, che egli assorbe e fa proprio in una personalissima descrizione del proprio paese. Come T.S. Eliot, infatti, sin dai titoli si può osservare uno stretto collegamento alla geografia dei paesaggi (a partire dal rifermento alla pianura del Llano); la passione per la fotografia gli permette di descrivere il Messico nello sviluppo da paese rurale a urbano. Anche la storia ha una grande influenza nella produzione letteraria: la Rivoluzione messicana, oramai lontana di un paio di decenni, rimane in lui come memoria sfocata e disillusa. Tutto questo influenza la poetica di un autore che descrive gli spazi in modo crudo e secco ma li popola di personaggi che appaiono come ombre profetiche, al punto di essere considerato il capostipite del “realismo magico” ispano-americano. In Italia lo conosciamo solo per le edizioni Einaudi delle sue due opere,  e qui si propone un nuova traduzione di un racconto tratto da La Pianura in fiamme. Questa traduzione ha una duplice particolarità: ravvivare l’interesse per un autore che ha forse vissuto all’ombra dei grandi nomi a lui contemporanei; inoltre è il frutto di un esperimento letterario di traduzione non professionale. Essa, infatti, è stata svolta a quattro mani da me e Andrés Ríos, compagno di avventure in una mia esperienza di studio in terra tedesca, nativo di Guadalajara, città dove Rulfo spese gran parte della sua vita. Da un lato, dunque, c’è un madrelingua ispano-messicano, che mi ha aiutato a interpretare la lingua, specialmente nei suoi passi caratteristici, al limite del dialettale, dall’altro, supportato da una conoscenza base dello spagnolo e da anni di traduzione dalle lingue antiche, ho provato a trasporre il racconto in una nuova e aggiornata versione italiana. Insomma, è chiaro che l’intento non è scientifico, ma forte della convinzione che la letteratura (e la traduzione, quel vertere che mette in contatto con un’altra lingua avendone a cuore il “genio”) possa muoversi anche sulle direttrici che uniscono due amici, una sera, davanti a un libro.

Quando Enea fugge da Troia, strappa il padre Anchise dalle fiamme che imperversano per la città per portarlo in salvo e se lo carica sulle spalle, a costo di lasciare per sempre la moglie. Anchise morirà poi sulle coste di Drepano, lasciando il figlio alla volta del mare, guidato dagli dei. È avendo in mente tale immagine che si propone qui la nostra nuova traduzione.



MA NON LI SENTI I CANI ABBAIARE? 

-Tu  che stai lassù, Ignacio, dimmi se senti qualche segnale o se vedi una luce da qualche parte.

-Non si vede niente.

-Ora dovremmo essere vicini.

-Sì, ma non si sente niente.

-Guarda bene.

-Non si vede niente.

-Povero te, Ignacio.

L’ombra lunga e nera degli uomini continuò a muoversi dall’alto verso il basso, arrampicandosi sulle pietre, rimpicciolendo e ingrandendosi secondo il corso del ruscello. Era un’ombra unica e traballante. La luna stava uscendo dalla terra, come una fiamma circolare.

-Dovremmo essere arrivati a questo paese, Ignacio. Tu che riesci, sforzati di sentire se i cani abbaiano. Ricorda che ci hanno detto che Tonaya è solo dietro questa collina. È passato molto tempo da quando l’abbiamo lasciata. Ricordati, Ignacio.

-Sì ma non vedo traccia di niente.

-Mi sto stancando.

-Mettimi giù.

Il vecchio indietreggiò fino a trovare un grande muro e si appoggiò senza però liberarsi del peso sulle sue spalle. Anche se le gambe si piegavano, ma non voleva sedersi perché poi non avrebbe più potuto prendere di nuovo il corpo di suo figlio, che qualche ora prima lo avevano aiutato a mettere lì sopra. E così lo stava portando da allora.

-Come ti senti?

-Male.

Parlava poco. Sempre meno. Ogni tanto sembrava dormisse. Ogni tanto sembrava avesse freddo. Si accorgeva del tremolìo di suo figlio per i colpi che dava e perché i piedi gli trafiggevano i fianchi come degli speroni. Poi le mani del figlio, attaccate al collo del padre, scossero la testa come se fosse un sonaglio.  Lui stringeva i denti per non mordersi la lingua e quando finì chiese:

-Ti fa molto male?

-Un po’, rispose

Prima gli aveva detto “Fammi scendere qui, lasciami qui. Vai pure da solo, ti raggiungo domani o appena mi sarò riposato un po’”. Glielo aveva ripetuto fino allo sfinimento. Ora, non diceva neanche questo.

Lì stava la luna. Di fronte a loro. Una luna grande e colorata, che riempiva i loro occhi di luce, si allungava e rendeva più scura la sua ombra sulla terra.

-Non vedo dove stiamo andando, disse.

Ma nessuno rispose.

L’altro stava lì in alto ed era tutto illuminato dalla luna, con la sua faccia scolorita, senza sangue, riflettendo una luce opaca.

E quello lì in basso: -Mi hai sentito Ignacio? Ti dico che non vedo bene.

E l’altro stava in silenzio.

Inciampava, ma continuava a camminare. Sistemò il busto, riprese a camminare per poi inciampare di nuovo.

-Questa non è la strada. Ci hanno detto che dietro questa collina c’è Tonaya. Abbiamo già passato la collina. E Tonaya non si vede, né si sente nessun suono che ci dica dove è. Perché non vuoi dirmi cosa vedi, tu che sei lì in alto, Ignacio?

-Fammi scendere, papà.

-Ti senti male?

-Sì.

-Ti porterò a Tonaya a tutti i costi. Lì troverò qualcuno che ti curerà. Dicono ci sia un dottore là. Ti porterò da lui. Ti ho sostenuto per ore e non ti lascerò abbandonato qui per farti uccidere da qualcuno, chiunque esso sia.

Esitò un attimo. Barcollò ma subito tornò dritto.

-Ti porterò a Tonaya.

-Fammi scendere. La sua voce si abbassò, quasi mormorando: -Voglio scendere un attimo.

-Dormi lì. Sei ben sostenuto.

La luna stava salendo, quasi blu, su un cielo nitido. La faccia del vecchio, bagnata di sudore, si riempì di luce. Coprì gli occhi per non guardare avanti, perché non riusciva a chinare la testa, bloccata come era fra le mani di suo figlio.

-Ciò che sto facendo, non è per te. Lo faccio per tua madre, che non c’è più. Perché tu eri suo figlio. Questa è la ragione per cui cammino. Lei non mi avrebbe perdonato se non ti avessi portato via da dove ti ho trovato, e non mi fossi preoccupato di curarti, come sto facendo. È lei che mi dà la forza, non tu. Innanzitutto perché a te non devo che semplici difficoltà, semplici mortificazioni, semplici vergogne.

Parlando, sudava. Ma il vento della notte asciugava il sudore. E sul secco sudore, continuava a sudare.

-Mi romperò la schiena, ma arriverò con te a Tonaya, così loro ti cureranno questa ferita che ti hanno fatto. E sono sicuro che quando sarai guarito, compirai ancora gli stessi errori. Ma non mi interessa più. L’importante è che te ne vada lontano, dove io non sentirò più niente di te. L’importante è questo… Perché, per quanto mi riguarda, non sei più mio figlio. Maledetto il mio sangue dentro di te. Ho maledetto la parte che mi appartiene. Ho detto “Che ti marcisca nelle vene il sangue che ti ho dato”. Ho detto questo dopo aver saputo che stavi vagando per le strade, rubando e uccidendo persone… E brave persone. E se ripenso al mio amico Tranquilino. Quello che ti tenne a battesimo. Quello che ti ha dato il nome. Anche lui ha avuto la sfortuna di incontrarti. Da quella volta mi sono detto: “Lui non può essere mio figlio”.

-Guarda se vedi qualcosa. O se senti qualcosa. Tu che puoi farlo da lassù, perché non riesco a sentire.

-Non vedo niente.

-Peggio per te, Ignacio.

-Ho sete

-Tienitela! Siamo vicini. Potrebbe essere molto tardi e forse hanno già spento le luci della città. Ma almeno dovresti sentire se i cani stanno abbaiando. Sforzati a sentire.

– Dammi dell’acqua.

– Qui non c’è acqua. Solo pietre. Tienitela. E se ci fosse, non ti farei scendere a bere. Nessuno mi aiuterebbe a farti salire ancora e solo non riuscirei.

-Ho molta sete e molto sonno.

– Ricordo quando sei nato. Eri proprio così anche allora. Ti svegliavi affamato e mangiavi solo per tornare a dormire. E tua madre ti dava l’acqua, perché avevi già finito il suo latte. Niente ti soddisfaceva. Ed eri davvero arrabbiato. Non avrei mai pensato che col tempo questa rabbia ti arrivasse alla testa… Ma così è stato. Tua madre, che riposi in pace, voleva che tu crescessi forte. Credeva che una volta adulto, saresti stato il suo sostegno. Non aveva altri che te. L’altro figlio che stava per avere, la uccise. E tu l’avresti uccisa di nuovo se fosse stata ancora viva.

Sentì che l’uomo che stava portando sulle spalle smetteva di stringere le ginocchia e iniziava a lasciare i piedi, dondolandoli da un lato all’altro. E gi sembrò che la testa, in alto, si scuotesse, come se singhiozzasse.

Sentì che sui capelli cadevano delle grosse gocce, del sapore delle lacrime.

-Cosa fai, piangi, Ignacio? Il ricordo di tua madre ti sta facendo piangere? Davvero? Avessi mai fatto qualcosa per lei! Ci hai sempre ripagato male. Sembrava che, invece che di dolcezza, ti stessimo riempiendo il corpo di cattiveria. Vedi? Adesso loro ti hanno ferito. Cosa è successo ai tuoi amici? Li hanno uccisi tutti. Ma non avevano nessuno. Loro avrebbero potuto ben dire: “Non abbiamo nessuno di cui aver pietà.” Ma tu, Ignacio?

Davanti comparve la città. Vide i tetti brillare sotto la luce della luna. Gli sembrò che il peso di suo figlio lo schiacciasse tanto da sentire la colonna piegarsi nell’ultimo sforzo. Ma raggiungendo le prime case, accostò al parapetto del marciapiede e lasciò il corpo fiacco, come se fosse disarticolato. Staccò a fatica le dita con le quali il figlio si era tenuto e, liberandosi, sentì finalmente i cani abbaiare ovunque.

-E tu non li senti, Ignacio?, disse, Non hai saputo aiutarmi neanche con questa speranza.

 

BIBLIOGRAFIA: Rulfo Juan, En llano en llamas, Cátedra, Madrid, 2008/La Pianura in fiamme, Einaudi 2012

Wilson Jason, Pedro Páramo, in: The Cambridge Companion to the Latin American Novel, pubb. Kristal Efrain, 2005





Matteo Rimondini nasce e cresce a Castenaso, nella provincia bolognese, ma presto si sposta a Bologna frequentando il liceo classico “M. Minghetti” e la facoltà di lettere classiche, per poi trascorrere un anno di studi presso l’Università di Heidelberg. È stato uno degli organizzatori del festival “Nubi. Lettere dalla periferia”, scrive sulla rivista “Resistenza e Nuove Resistenze” ed è uno dei conduttori del programma radio dal nome “Avamposti” su Radio Leila.



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