sabato 31 dicembre 2016

La natura dell’amore / Un cammino di giustizia, purezza e coraggio

Una scena del film Suite Française

La natura dell’amore

Un cammino di giustizia, purezza e coraggio

Una scena del film Suite Française
7 NOV 2016
di
LUCA PERRONE

Non mi limiterò al furto con destrezza del titolo del saggio della dottoressa Donatella Marazziti, non pago le scipperò l’esergo come un mariuolo in vespa dinanzi alle Poste il giorno della pensione:
Dobbiamo rassegnarci al fatto che, se amiamo qualcuno, non è per le sue caratteristiche, per la sua bellezza e per le sue doti individuali: l’amiamo soltanto perché nell’universo agisce una volontà di cui non possiamo capire la sostanza reale e che si manifesta in forme del tutto casuali affinché il mondo possa rinnovarsi nella sua perenne rotazione, una forza che tocca gli animi e i nervi secondo criteri inesplicabili, stimola il funzionamento degli ormoni e ottenebra le menti più lucide. Noi uomini […] siamo qui per comprendere questa forza misteriosa, per quanto incapaci di decifrarne le intenzioni.

Passione d'amore


Sándor Márai ha compiuto un notevole sforzo d’investigazione metafisica, quella che normalmente dovrei prediligere, soprattutto se raffrontata al lavoro scientifico di un medico ricercatore. Eppure questa volta pare che l’interesse sia risvegliato, la mente stuzzicata e l’approvazione ceduta con maggiore piacere al lavoro della geniale scienziata. Non mi dedicherò a recensire l’ottimo lavoro della Marazziti, sul quale spenderò alcune parole in modo ch’esso possa essere inquadrato dal potenziale lettore e lascerò a quest’ultimo la decisione di porlo fra le proprie letture per eventualmente interagire in scambio ermeneutico e arricchirsene. Rifletterò più a lungo sulle parole dello scrittore ungherese invece, se l’ispirazione mi ci porta. Voglio avvisare il lettore che una certa attitudine recidiva a innamorarmi delle donne sbagliate, proprio la notte scorsa mi ha condotto ancora una volta lungo il cammino della perdizione e che presto del lucido compositore di funamboliche proposizioni non resterà che una tastiera annoiata dalla solitudine.
Donatella Marazziti nel suo La natura dell’amore analizza ciò che accade all’essere umano in preda al sentimento amoroso. Giunge fino a sottolineare la somiglianza dei meccanismi biochimici del cervello in occasione del colpo di fulmine con quelli della psicosi. Encomiabile coraggio di sbirro prezzolato dal potere, che con doppio passo fine ed elegante ci proietta nell’ambito doppiogiochista di una delle più potenti distopie cinematografiche degli ultimi quindici anni: Equilibrium. Il consesso umano di Equilibrium è da tempo completamente psichiatrizzato, le emozioni, pericolose foriere di disordine e violenza, messe al bando. L’illuminismo perpetrato fino al limite estremo del suo disumanizzante potenziale. Ma se uno dei più eminenti psichiatri viventi si azzarda a sottolineare come spesso, a livello anatomico e fisiologico, biochimico e funzionale, un innamorato risulti poco distinguibile da un pazzo (e per pazzo intendiamo quell’individuo socialmente pericoloso emarginato e messo in condizione di non nuocere dall’ordine costituito) risulta forse demagogia asserire per cominciare che la natura dell’amore è rivoluzione?
Forse sarò pazzo, o comunque in un limbo, dal momento che fino a ieri sera ero innamorato e oggi mi accompagno a una sinuosa e conturbante boccetta d’ansiolitico, ma se penso che l’Iliade è arrivata ai giorni nostri da lontanissimo e che la base della leggenda è una sonora scornata collettiva in funzione di due avversari in amore, non so davvero darmi torto. Nell’asserire che l’uomo innamorato è capace d’ogni gesto, è fuori controllo, è anarchico e libero… sto forse postulando un sofisma? Fatemi capire se non si tratti invece di un fine sillogismo figlio della più alta delle logiche aristoteliche. Potrei sbagliarmi ma credo che sia un cammino di giustizia, purezza e coraggio a condurre all’amore.

Una scena del film Equilibrium


È accidentale che a suon di scorticare cadaveri l’uomo contemporaneo sia riuscito a scoperchiare i crani fino a vedere con gli occhi che cellule, ghiandole e umori fanno il lavoro sporco. I bambini che smontano i giocattoli sono dei pervertiti in erba. Il bambino sano col giocattolo gioca. Per la durata di un capolavoro cinematografico, specialmente alla prima visione, ci occupiamo forse d’immaginare la scena nel suo scheletro? Sentiamo la mancanza del set? Vogliamo il faccione urlante del regista e la giraffa che spunta dall’alto nelle prese dirette in aperto? Non credo. Sarò chiaro ed esaustivo: a me non interessa proprio cosa succede al mio corpo se amo. L’amore è libero di fare del mio corpo ciò che vuole. L’unica preghiera che mi sento di rivolgere ad amore è quella di non lasciarmi mai solo su questo pianeta, perché non vedrei altra soluzione al partire per un lungo viaggio.
Ci siamo miracolosamente approssimati alla visione di Sándor Márai, che sebbene lacunosa, per nulla esaustiva e un po’ algida, non manca di suggestionare una certa gamma di profilassi dell’ispirazione di chi scrive. Ci ha approssimati la personificazione di Amore. “Dobbiamo rassegnarci”. Possiamo perdonare l’infelice scelta lessicale e concettuale dell’incipit alla luce della consapevolezza che non si tratti di un filosofo o meglio di un poeta, ma più genericamente di uno “scrittore e giornalista”, ad esempio io non mi rassegno mai, né mai inciterei nessuno a farlo, specialmente parlando d’amore. “Al fatto che, se amiamo qualcuno, non è per le sue caratteristiche, per la sua bellezza e per le sue doti individuali:” Certo! riguarda quasi solo ed esclusivamente il profumo che emana da quella donna meravigliosa, da cui non riusciamo a staccare gli occhi perché è bella, intelligente, spiritosa, sagace e perché le riescono bene moltissime faccende; “l’amiamo soltanto perché nell’universo agisce una volontà di cui non possiamo capire la sostanza reale”.
Una scena del film Equilibrium
Sono d’accordo praticamente su tutto quanto asserito, nell’universo emana una forza e se i fisici non si concentreranno di più sull’avanguardia non ne conosceremo mai la sostanza. Come già scritto però, l’amiamo per il di lei profumo; “si manifesta in forme del tutto casuali affinché il mondo possa rinnovarsi nella sua perenne rotazione, una forza che tocca gli animi e i nervi secondo criteri inesplicabili, stimola il funzionamento degli ormoni”. Non fa che ribadire l’ipotesi degli scienziati, qui la tesi coincide con quella supportata dalla Marazziti nel proprio libro, che l’amore sia lo strumento attraverso il quale la Natura obbliga l’uomo a non estinguersi… La scintilla della riproduzione insomma. Che volgarità! Dove finisce l’Eros? Che ruolo ha? È un subordinato dell’amore? Non gli conferiamo dignità di forza invincibile esplosiva e autonoma? Mi sta bene che Natura sia la gregaria dell’universo per quanto concerne la casualità. Ma come ragioniamo di troppe donne che provano piacere nel sesso solo se avvinte da sentimento? Elle non devono pensare di concepire un bambino per godere. E un uomo che traesse godimento solamente nel piacere della propria amata? Potrei arrovellarmi ancora e creare incastri sconsiderati, ma l’ignoranza mi empie di reticenza e pudore. La riproduzione è conseguenza dell’amore, ma non semplifichiamo. “E ottenebra le menti più lucide”. Mi dispiace ma questa l’ha cantata meglio Elvis: “Wise man says only fools rush in” testualmente. “Noi uomini […] siamo qui per comprendere questa forza misteriosa, per quanto incapaci di decifrarne le intenzioni”. Se non del tutto sbagliato, quasi niente giusto.
L’unico merito dello scrittore ungherese in questo frangente è quello di aver associato il senso dell’esistenza umana all’amore, ma non si tratta di comprendere. Io comprendo un’equazione, comprendo le dinamiche di un fatto storico, comprendo il messaggio che un artista ha voluto esprimere attraverso la propria opera e forse arrivo persino a comprendere le motivazioni di un gesto suicida, pur senza giustificarlo. Un sentimento lo provo. Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce. Ma non si tratta di denigrare un fine intellettuale e un abile scrittore.

Una scena del film L'amore ai tempi del colera

Il problema a monte è un complesso succedersi di eventi che ha portato le comunità umane a snaturarsi fino a seppellire e reprimere emozioni e sentimenti, fino a partorire nevrosi al ritmo delle donne spartane al tempo della guerra del Peloponneso. Terreno fertile per la psichiatria. Per l’industria del farmaco prescritto a vita per profili patologici senza alcuna possibilità di remissione. Per finire: la forza misteriosa non è poi così misteriosa se almeno una volta nella vita hai amato alla follia, non siamo incapaci di decifrarne le intenzioni: Amor che move il sole e l’altre stelle è molto banalmente il primo artista anarchico, amore puro, tutto ha permeato di sé e tutto osserva con curiosità e compiacimento, trova stimolante la complessità della sua creazione, si diverte a seguire dinamiche di particolare valore estetico, spera sempre che un giorno le creature oppresse e doloranti trovino il coraggio e la forza di sfidare la morte per liberarsi… non lo esige, ma non disdegna di sbirciare di tanto in tanto il lavoro di quei suoi emuli che, attraverso la liturgia dell’arte, gli sono grati e ne tessono inconsapevoli le lodi, talvolta perfino con le bestemmie.

Luca Perrone
Luca Perrone non riesce proprio a trovare uno pseudonimo. Inizia a creare adolescente: canta i testi punk scritti di suo pugno e composti con la banda di amici. Qualche mese dopo si appassiona all’arte visiva, crea installazioni concettuali, passa alla pittura. L’Accademia delle Belle Arti di Carrara decide di tentarlo a reagire come Adolf Hitler non ammettendolo, ma Luca non ci casca, è sportivo nella sconfitta e soprattutto pacifista. Il liceo classico ha tentato di storpiarne l’estro reprimendolo nel bigio tanfo stantio della classicità, ma la rivoluzione in petto e le conferme di Mark Twain in merito a quella propedeutica all’ospizio dello spirito ch’è l’istituzione scolastica, l’hanno salvato.
A diciotto anni si iscrive ai corsi della facoltà di filosofia di Genova e continua a cavalcare la spocchia anticonformista finendo per laurearsi a pieni voti praticamente da autodidatta. In quel periodo dipinge fino a tre tavole al giorno con acrilico ad acqua. Seguiranno lunghi anni di ricerca pittorica, accompagnati a quella letteraria. Partecipa entusiasta ad alcuni laboratori teatrali e si avvicina così ulteriormente al linguaggio di una delle forme espressive che considera più sublimi.
Il vezzo principale che distingue Luca Perrone è quello di lasciare incompiuti sparsi per il mondo, che si tratti di narrativa, quadri, installazioni, relazioni amorose. Proprio non riesce a riappacificarsi con disciplina alla compiutezza. La passione per il Genio lo porta a redigere due tesi di laurea sull’argomento. Il rapporto fra il genio e la follia sarà l’oggetto di studio della prima, affrontato a partire dalla vicenda umana del pittore Vincent van Gogh. Si dedicherà poi nello specifico allo studio della malattia mentale e della sua terapia, ottenendo per altro la pubblicazione di un proprio articolo su una rivista specializzata, destinata agli specializzandi in psichiatria.
Purtroppo la formazione di quest’artista impiegato, quella accademica perlomeno, risulterà in definitiva quella fuorviante, caleidoscopica e destabilizzante di un epistemologo, un filosofo della scienza. Fermamente deciso a prestare gratuitamente la propria opera di poeta nel corso della costruzione del ponte per l’Età dell’Oro, egli è alla continua ricerca della mano libertaria e onesta di un saggio editore che pungoli con scadenze e ultimatum la pigra penna e in ultimo, non certo per importanza, di un ristretto pubblico di affezionati in grado di seguirlo lungo gli scoscesi crinali su cui compie acrobazie intellettuali suicide.
Per Luca l’arte è celebrazione, l’unica vera religione. Scaturisce dall’Amore.

martedì 27 dicembre 2016

La volpe / Un rumore dal bosco



La volpe

Un rumore dal bosco

di 
DARIO GHIBAUDO
9 OTT 2016 
Entro in casa con una faccia da funerale: «La volpe ha ucciso un’altra gallina. Questa volta ha fatto un buco sotto la rete, dalla parte del fienile». Eva mi guarda di sopra la spalla e torna a tagliuzzare la verdura. «Bisognerà fare qualcosa» dice poi.
Muovendo il capo in segno d’assenso vado verso il camino dove è appeso il fucile, lo tolgo dagli appoggi e lo metto sul tavolo, apro il cassetto e scelgo le cartucce. Pallettoni da cinghiale, non me ne frega niente della pelliccia, non la voglio mancare. Nel silenzio della cucina pulisco per bene l’interno delle canne con lo scovolino mentre il soffritto canticchia portando in giro il suo profumo. Olio per bene il meccanismo del percussore, alzo e abbasso i cani poi vado a prendere la cartuccera. Infilo tre cartucce nelle celle poi prendo un cestino, una bottiglia di vino, una pagnotta di pane e una formaggetta. «Stanotte resto sul fienile» dico a Eva e me ne esco con una coperta sulle spalle.
Mentre mi arrampico sulla scala a pioli, penso alla faccia che ha fatto. C’è rimasta male, in pratica non l’ho nemmeno salutata, come ce l’avessi con lei e non con la volpe e poi, non c’era motivo di saltare la cena, difficile che la volpe si muova a quest’ora. Cosa mi è preso non lo so. Sul fienile cerco il punto più adatto, poso il fucile, sistemo un mucchio di fieno e mi ci sdraio sopra rivolto verso i campi. La luna sta salendo, speriamo che il cielo resti sereno e non tiri vento, almeno non da quella parte se no me lo scordo che arrivi, son bestie diffidenti, basta un niente e se ne stanno alla larga. Quando ho costruito il recinto avevo infossato la rete di mezzo metro ma non è bastato, ha scavato fino a passarci sotto.
Penso a Eva, chissà se starà già dormendo? È ben strano non essere vicino a lei, abbiamo dormito accanto per ventidue anni ogni notte, da quando ci siamo sposati. I suoi capelli erano neri allora e le facevano risplendere gli occhi, due pezzi di cielo che mi hanno fatto innamorare. Ci eravamo incontrati alla “Conca del sale”, dicono che si chiama così per via di un acciugaio che veniva su dalla Liguria portando sale e acciughe da scambiare con altre cose di qui. Quel giorno c’era un violentissimo temporale e quando col suo carro è arrivato alla conca, una ruota è finita in una buca e quello si è ribaltato. Un barile si è rotto, il sale è andato in giro e l’acqua se lo è portato dentro la terra. Così, in quel punto, per un sacco di anni non è più cresciuto niente. Siccome però la conca è un gran bel posto, i pastori hanno cominciato a farci una festa, qualcuno portava su un ballo a palchetto, quelli di legno col pavimento bello liscio perché i ballerini possano andar via leggeri e un'orchestrina suonava fino al mattino. Per loro, i pastori, era un’occasione per cercare moglie che sempre soli, su negli alpeggi, non è che di ragazze ne potessero incontrare tante.
Guardo il profilo dei campi e sulla schiena mi arriva un soffio di vento, questo vuol dire che questa notte la volpe non verrà, quindi potrei anche scendere ma ormai son qua, tanto vale che resti, non si sa mai. Mi addormento e sto sognando Eva che mi scivola vicino, è nuda, ha i capelli neri e il suo corpo è caldo come il raggio di sole che si è posato sulla coperta ma c'è un gallo rompiballe che si mette a cantare più forte che può e mi strappa al sogno. Scendo dal fienile e faccio un cenno di saluto a Eva che sull'aia sta lanciando il granoturco alle galline. Senza motivo, invece di andare in casa mi infilo nel bosco e cammino fino ad arrivare alla chiesa di Sant’Ilario, in cima alla collina. Di lassù vedo un sentiero appena accennato, forse la volpe passa di lì, lo seguo e di bosco in bosco la giornata scivola via come l’acqua di un rio.
Rientro in casa che è quasi buio, sulla porta mi arriva il profumo di un rametto di rosmarino che canta nella padella. Non ho mangiato e mi risveglia l’appetito ma invece di fermarmi, chissà perché, faccio un cenno di saluto a Eva, prendo una bottiglia di vino, una pagnotta e mezzo salame e mentre lei, un po’ stupita, mi chiede perché prima di salire non mangio qualcosa, con la coperta sulle spalle esco a testa bassa come un ladro, dicendo :«No, no, Eva, stanotte resto ancora sul fienile sto su finche la volpe non viene».
Una fitta mi attraversa il cuore, anzi, un senso di colpa grosso come una casa. Ho sempre pensato di non poter vivere senza di lei e adesso, dopo un giorno intero passato nel boschi e la notte prima sul fienile, preferisco stare da solo invece di cenare con lei. Il suo sguardo però me l’ha detta lunga su quel che ne pensa, più che se avesse mosso la lingua. Stasera fa freddo, è tutto sereno ma si è di nuovo alzato il vento, il mio odore finirà lontano per cui mi sa che non la prendo nemmeno stanotte, mi rode da morire non aver cenato in casa e più ci penso e più mi prende la malinconia. Forse, mi dico, ho solo voglia di starmene un po’ da solo, libero nel mio tempo, com’era prima di sposarla e fare i figli che da lì in poi siamo stati sempre insieme, sempre, io e lei, fino a che la volpe mi ha chiamato.
Guardo il fucile e scuoto la testa, dicendomi che no, così non va bene. Mi verso un po' di vino e lo sorseggio adagio guardando il margine del campo, la volpe potrebbe arrivare di là, giusto dove inizia il bosco. In quel momento sento il rumore di un ramo spezzato. Mi sdraio, piazzo il fucile sulla spalla e resto immobile, l’occhio fisso sul mirino puntato alla fine del campo. Una nebbiolina leggera se ne sta sospesa a una spanna da terra, non è ancora completamente buio e gli occhi si sono abituati alla penombra, mi stupisce persino quanto vedo bene.
Un altro rumore, più forte e un cespuglio si muove. Arriva. Stringo forte il fucile, spingo il calcio contro la spalla e aspetto. Dal bosco esce un cinghiale, un bel maschio giovane che sta perdendo le striature sulla schiena, si ferma di colpo annusando l’aria poi china la testa e fa un passo indietro raspando un poco come se si preparasse alla carica, allunga il collo in alto e annusa forte, cercando la corrente dell’odore che non gli piace, sicuramente il mio, poi si volta e sparisce nel bosco.
Potrei anche andarmene a dormire a casa, tanto se viene mi sente di sicuro anche la volpe. Invece tiro su la coperta e cerco il sonno. Quando è mattino scendo dalla scala e trovo Eva che mi aspetta a braccia conserte. «Allora, hai dormito bene lassù»? «Non è venuta» «Se no avrei sentito i colpi, no? O pensavi di strangolarla? Dai, vieni che ti preparo la colazione e poi mi spieghi».
È bello guardarla, lo specchio mi ritorna un sorriso che non mi ero accorto di avere stampato sulla faccia. Finalmente sento caldo al cuore, questo benedetto cuore che nel suo star bene di salute in questi giorni mi fa star male. È vero quel che dicono, da vecchi ci si rincoglionisce. «Tieni Claudio, fai attenzione che è bollente. Senti un po', me lo vuoi dire cos’hai che ti gira in quella testa?» Oh belin! «Ma niente, cosa vuoi che ci sia, ho solo le palle girate per via della volpe e poi sai com’è non è che lassù si dorma troppo, son nervoso, tutto qui».
Il bacio sulla fronte è arrivato al volo, Eva si è chinata passandomi accanto e lo ha fatto schioccare ma io, invece di tirarla a me come forse si aspettava, mi son guardato le scarpe e pesato il mio magone. Son passati quattro giorni da quel mattino e son sempre tornato sul fienile da solo, tutte le notti ma alla fine la volpe l’ho presa.
Non è stato bello, anche se, centrata in pieno è caduta senza un tremito, fulminata.
No, non credo abbia sofferto non ne ha avuto il tempo, comunque oggi vado in paese e vendo il fucile.


Dario Ghibaudo
Dario Ghibaudo nasce a Cuneo, da quelle parti finisce la pianura padana e le Alpi marittime creano il naturale confine con la Francia, per questo motivo conosce la lingua di quelle lande straniere.
Intorno agli anni ottanta del secolo scorso, tanto per rendere l’idea della sua età, si è trasferito a Milano per dedicarsi con tutto il cuore all’arte, cosa che ha in effetti fatto e continua a fare.
Può essere definito uno scultore e probabilmente lo è, visto che ha lavorato la pietra e il marmo ma in linea di massima ha preferito manipolare roba artificiale, resine e cose così, la chimica insomma. Ha anche fatto parte di un pugno di artisti che anni or sono hanno dato vita al “Concettualismo Ironico Italiano”, un movimento che si è agitato parecchio in Germania.
Da qualche anno scrive più del solito forse perché dorme meno ma non si sente più sveglio anzi, secondo lui, col passare degli anni la sua vivacità è naturalmente calata però continua inesorabilmente a fare progetti e a realizzarli, per cui, tutto sommato non è per nulla cambiato.
E’ possibile trovare in qualche libreria la :“Guida al Museo di Storia Innaturale” edita da Allemandi & C che mostra buona parte del suo lavoro di questi ultimi vent’anni oppure, volendo, si può visitare il sito e scrivergli una mail alla quale risponderà quasi certamente.



giovedì 22 dicembre 2016

Il ciclo dei vampiri di Anne Rice / Fra fantasia e miti demoniaci


Il ciclo dei vampiri di Anne Rice

Fra fantasia e miti demoniaci


7 DIC 2016 
di 
LUCA PERRONE


Creature maledette e splendide, dal sesso incerto, come quello degli angeli, ma decisamente più interessante
(Anne Rice)
Sto per spingere il primo passo in un terreno inesplorato dello scrivere dell’opera letteraria. Sebbene sia il mio percorso, non mi avventurerò nel giudizio di qualità del luogo che raggiungerò, se si tratti di deserto o di campo fertile, starà alla sensibilità del lettore valutare.
Nell’approcciarmi alla critica artistica e a quella letteraria, ormai da tempo, non riesco a separarmi dai precetti baudelairiani, che sebbene adopero con maniacalità quotidiana, non ho ancora appreso a memoria, pur avendoli metabolizzati: passione, parzialità, ecc. Dal momento che il vulcano Internet, collocato oltre le pendici delle vostre scrivanie, a ridosso delle pareti dei vostri studi, erutta a comando qualsivoglia aneddoto e nozione, a partire dal classico sfavillare delle pagine wikipedia fino a giungere alle composte fantasmagorie pirotecniche dei siti ufficiali degli autori, non mi prenderò la briga onesta e laboriosa di aprire il browser nel dissertare appassionatamente di una delle mie due saghe letterarie preferite. Ma vi racconterò la storia che ci lega, quella umana ed ermeneutica, e nel farlo vi premetto e prometto di non essere sincero, posso giurarvi che esagererò, arricchirò la realtà di creazione e frutti dell’immaginazione, spingerò il vostro sforzo di comprensione fino a resuscitare l’amigdala atrofizzata per ottenere un salvifico mal di testa e quindi, spero, la gioia della follia.
La prima volta che sentii parlare di Anne Rice accadde in una lingua che non era la mia. Mio malgrado, ma senza troppi crucci ipocriti, ho la fortuna di provenire da una famiglia che sono felice di non dover definire ricca o aristocratica, ma che mi ha comunque permesso di vivere gli anni della formazione agiatamente e senza preoccuparmi del sostentamento… ho vissuto la straordinaria esperienza dell’Erasmus. Fra il duemiladue e il duemilatré mi trovavo nella Siviglia dei Saraceni, della Rinascita del tredicesimo secolo, soprattutto in quei primi giorni in cui non sputavo ni agua ni pan e quei significanti musicali ed erotici erano vuote note che simpaticamente m’investivano declinati in cadenze amichevoli e accoglienti. Poi fu il whiskey, ma è un’anticipazione.
A differenza della maggior parte degli studenti Erasmus, soprattutto dal momento che avrei dovuto tenere a bada la spinta ormonale a cagione di una promessa d’amore fedele che mi legava a una donna italiana rimasta in patria e violenta, non frequentavo le feste ma i corsi universitari, non mi accompagnavo ai molti compatrioti ma agli indigeni, leggevo, mi ubriacavo e scrivevo, invece di far professione di libero amore. Fu a partire da queste premesse che scelsi d’abitare con due studenti spagnoli: Rafaél e Jésus, da me simpaticamente ribattezzato Gesù, per gioire nel nominarlo invano di tanto in tanto.
Per simmetria aprirò una digressione che mi vede recitare in un claudicante spagnolo il monologo principe di La vida es sueño dell’ottimo Calderòn, alla festa per il genetliaco di Rafa, completamente ubriaco. Ma alla fine dei conti fu con il timido e schivo Gesù ch’ebbi lo scambio intellettuale più proficuo. Gesù era figlio di un militare, un ufficiale di marina, ma a differenza di Jim Morrison non soleva accompagnarsi a uno stuolo di ragazzine adoranti o concedersi eccessi d’alcun tipo. In verità non studiava cinema o altra forma d’arte, oppresso dall’aspettativa e dai progetti paterni era iscritto con profitto a giurisprudenza… Ma coltivava sapientemente il passatempo della scrittura. Mi parlò del lavoro certosino alla creazione di un romanzo gotico, della propria passione per i vampiri, nominò il suo faro e modello: la scrittrice statunitense Anne Rice. Mi sintetizzò con potenza visionaria l’argomento della saga: creature immortali che si nutrono di sangue, caratterizzate da una sensualità ed erotismo che trascendono quelli umani, impegnati a riempire non le ore ma i secoli nell’acquisizione e nel perfezionamento delle competenze artistiche più disparate.Trovai accattivante la descrizione, ma il genere letterario a quel tempo si discostava parecchio dal mio gusto, ero infatti intento a leggere i consigli di quei due o tre amici avidi lettori di letteratura contemporanea che svolgevano per me il ruolo di filtro, evitavo di macchiarmi il cervello di banalità.
Cos’è un “lettore onnivoro”? Fondamentalmente un drogato come un altro, un individuo cui l’assistenza sanitaria dovrebbe fornire gratuitamente la sua medicina, una fra tante anime belle che non tollerano la prosaica decadenza della società in cui vivono e sfruttano la letteratura quale strumento di consolazione ed evasione. Né artisti, né fruitori ideali, talvolta critici. Cos’è un critico? Quasi sempre un’artista sul cui uscio la cagna dell’ispirazione non si degna di pisciare. Non sono mai stato un lettore onnivoro, sebbene abbia tenuto ritmi vertiginosi di lettura, uno alla volta anche tre o quattro a settimana per alcuni intensi periodi d’interesse per argomento o genere, non mi sono mai lasciato andare alla tentazione di strumentalizzare un oggetto fornito di pagine per calmierare la smania d’evasione. Il genere di fantasma nato dallo schianto con la realtà, che uccide le mie visioni, io lo imprigiono su carta o su tela, posso al limite poggiarlo gentile sulle labbra di una donna intelligente.
Da questa mia attitudine conseguono periodi di astinenza dalla lettura e in particolare quello cui facciamo riferimento fu la naturale conseguenza del vuoto malinconico appiccicatomi addosso dalla conclusione di una maratona di studio della civiltà dei nativi amerindi, che mi vide impegnato per qualche mese, circa un anno dopo il mio rientro da Siviglia. Lessi tutto ciò che mi pareva avesse valore, saggistica, biografie di guerrieri, sciamani, raccolte di canti e miti e leggende. Rimasi prostrato dal dolore di sapere sparita per sempre una comunità che, pur senza avere la minima nozione del fatto che uno dei pilastri della sopravvalutata cultura occidentale l’aveva teorizzata secoli prima in un luogo lontano, aveva realizzato spontaneamente qualcosa di molto simile alla Repubblica Platonica.
Seguì il vuoto delle letture. Nessun argomento stimolava la mia curiosità e resistetti a lungo fra bagordi e sconvolgimento del ciclo circadiano, qualche sporadica creazione d’opere pittoriche. Poi ricordai la parola di Gesù in merito al ciclo dei vampiri. Fino a quel momento avevo provato repulsione per i generi gotico e horror. A oggi non ho mai letto Stephen King e ho avuto modo solo sporadicamente di guardare film di paura. Fu l’idea di un’immortale che affina le sue doti di pianista o violinista per l’eternità che stimolò la curiosità e accese l’istinto a recarmi dapprima in biblioteca, due città dopo la mia, che al tempo non era dotata di una biblioteca. Mi procurai Intervista col vampiro, il primo capitolo della saga. Fu amore a prima lettura, mi immedesimai subito con Lestat. L’ambientazione mi convinse che c’era un pezzo della torbida New Orleans strappato in qualche modo dal destino e collocato nel mio spirito di giovane uomo insoddisfatto e malinconico e notturno. Anch’io ero sempre combattuto fra la brama di sangue e l’etica pacifista di chi ripudia la sopraffazione, aborrisce il sopruso e investe a unico tabù l’omicidio.
Fui folgorato dalle trame avvincenti che vedevano agire queste creature soprannaturali, mi lasciai trascinare in un’empatia smisurata e senza precedenti dall’etereo sentire dei non morti, sempre innamorati e sempre combattuti fra il bisogno del riposo eterno, la noia, il rimpianto per aver rinunciato al sole e alla vera vita e lo sfruttamento del proprio potere demoniaco. Non persi tempo e dopo aver divorato il primo capitolo mi recai, questa volta in libreria, ad acquistare sia il primo (il senso del possesso non fu prealessandrino) che il secondo volume. Scelti dalle tenebre mi esaltò! In quegli anni rivestivo ancora l’immeritato e ingrato ruolo di volto e autore di una rock band… ragion per cui, leggere la narrazione della trasformazione di Lestat, in epoca contemporanea, da rampollo eterno della decaduta nobiltà francese in rockstar notturna internazionale, fu un piacere intenso che ancora oggi riverbera nel ricordo.
Sono passati almeno dieci anni dai mesi frenetici del divorare avidamente l’intera saga di Anne Rice, cui devo la mia gratitudine di lettore, creativo, essere umano. La memoria e l’inconscio sono indelebilmente pregni delle vicende e delle suggestioni che le sue creature hanno inciso. Purtroppo riportare a galla con precisione le trame sarebbe uno sforzo sovrumano oltreché spoilerante. Molti dei personaggi sono vivi nella memoria, tutti caratterizzati con sensibilità e gusto di genio, tutti originali e veri nel loro essere il parto di un rito appartenente alla magia nera e quindi di dubbia verosimiglianza per un ateo razionalista del nostro tempo, schiavo di secoli d’oscurantismo a opera di chiesa e scienza, quale non sono. Ma possiedo prove schiaccianti d’aver metabolizzato l’opera dell’erudita Rice.
Quando una scrittrice della sua caratura vende i diritti al cinema sono solito profondermi in un’accorata canzone che celebri l’evento: si tratta d’un alternanza d’alleluja e bestemmie, per sottolineare a un tempo il dolore di vedere l’ennesimo capolavoro letterario fatto a pezzi dalle pragmatiche esigenze di profitto della manipolatrice industria dei sogni e la gioia solidale per la pioggia di strameritati quattrini che inonderanno una vera artista, dandole modo di circondarsi dell’ispirante bellezza d’un’esistenza affrancata dal gioco della necessità del lavoro, consentendole di confezionare ulteriori perle da spargere a noi porci.
Dolorosamente obbligati a prendere atto della morte di Mircea Eliade, Anne Rice è a oggi la studiosa di religioni vivente di maggiore spessore. Non è concepibile che abbia creato affabulazioni d’argomento esoterico tanto intense e verosimili senza una sudata e solida preparazione sulle materie affrontate e infatti così non è. Nella mia breve e infelice carriera d’esoterista, qualche pericolosa scorribanda nel mondo della magia, dell’alchimia, della mistica, ho avuto modo di assimilare suggestioni che mi dicono inconfutabilmente che dietro la magistralmente confezionata opera narrativa della Rice si nascondono innumerevoli ore di studio, da sommare ad altrettanto innumerevoli ore di stesura e revisione.
Anne Rice scrive la voce “psicosi” nell’enciclopedia dell’immaginario collettivo e lo fa con stile, acume e gusto, impareggiabili. Ha qualcosa di divino il processo alchemico attraverso il quale la scrittrice compie il miracolo di manipolare con la fantasia il mito demoniaco. Il risultato è miracoloso
Luca Perrone
Luca Perrone non riesce proprio a trovare uno pseudonimo. Inizia a creare adolescente: canta i testi punk scritti di suo pugno e composti con la banda di amici. Qualche mese dopo si appassiona all’arte visiva, crea installazioni concettuali, passa alla pittura. L’Accademia delle Belle Arti di Carrara decide di tentarlo a reagire come Adolf Hitler non ammettendolo, ma Luca non ci casca, è sportivo nella sconfitta e soprattutto pacifista. Il liceo classico ha tentato di storpiarne l’estro reprimendolo nel bigio tanfo stantio della classicità, ma la rivoluzione in petto e le conferme di Mark Twain in merito a quella propedeutica all’ospizio dello spirito ch’è l’istituzione scolastica, l’hanno salvato.
A diciotto anni si iscrive ai corsi della facoltà di filosofia di Genova e continua a cavalcare la spocchia anticonformista finendo per laurearsi a pieni voti praticamente da autodidatta. In quel periodo dipinge fino a tre tavole al giorno con acrilico ad acqua. Seguiranno lunghi anni di ricerca pittorica, accompagnati a quella letteraria. Partecipa entusiasta ad alcuni laboratori teatrali e si avvicina così ulteriormente al linguaggio di una delle forme espressive che considera più sublimi.
Il vezzo principale che distingue Luca Perrone è quello di lasciare incompiuti sparsi per il mondo, che si tratti di narrativa, quadri, installazioni, relazioni amorose. Proprio non riesce a riappacificarsi con disciplina alla compiutezza. La passione per il Genio lo porta a redigere due tesi di laurea sull’argomento. Il rapporto fra il genio e la follia sarà l’oggetto di studio della prima, affrontato a partire dalla vicenda umana del pittore Vincent van Gogh. Si dedicherà poi nello specifico allo studio della malattia mentale e della sua terapia, ottenendo per altro la pubblicazione di un proprio articolo su una rivista specializzata, destinata agli specializzandi in psichiatria.
Purtroppo la formazione di quest’artista impiegato, quella accademica perlomeno, risulterà in definitiva quella fuorviante, caleidoscopica e destabilizzante di un epistemologo, un filosofo della scienza. Fermamente deciso a prestare gratuitamente la propria opera di poeta nel corso della costruzione del ponte per l’Età dell’Oro, egli è alla continua ricerca della mano libertaria e onesta di un saggio editore che pungoli con scadenze e ultimatum la pigra penna e in ultimo, non certo per importanza, di un ristretto pubblico di affezionati in grado di seguirlo lungo gli scoscesi crinali su cui compie acrobazie intellettuali suicide.
Per Luca l’arte è celebrazione, l’unica vera religione. Scaturisce dall’Amore.




venerdì 16 dicembre 2016

Alberto Moravia / La guerra


Alberto Moravia nel suo studio

Alberto Moravia
LA GUERRA

Questo è certamente uno
dei peggiori effetti della guerra:
di rendere insensibili,
di indurire il cuore,
di ammazzare la pietà.



giovedì 15 dicembre 2016

In topless a 52 anni / La bellezza senza tempo di Monica Bellucci

Monica Bellucci

In topless a 52 anni

La bellezza senza tempo 

di Monica Bellucci




«L’età è solo un numero per Monica Bellucci» scrive il Daily Mail, commentando le immagini hot di «Mozart in the Jungle», serie televisiva americana targata Amazon Studio, arrivata alla sua terza stagione e nella quale quest’anno recita anche la Bellucci, 52 anni. In una scena della saga la bellezza di Città di Castello che interpreta il ruolo della cantante Alessandra detta «La Fiamma» finisce a letto con il protagonista Rodrigo De Souza (l’attore Gael Garcìa Bernal) e mostra un corpo sensazionale (Instagram) 
a cura di Francesco Tortora

CORRIERE DELLA SERA


mercoledì 7 dicembre 2016

Christoph Waltz / Prometto sarò cattivo


Prometto sarò cattivo
Christoph Waltz

Prometto sarò cattivo

Falso pittore e perfido marito in Big Eyes di Tim Burton, poi arcinemico di 007 in Spectre, Christoph Waltz dice: «Con Bond posso solo perdere, ma mi diverto»

DI GABRIELE PORRO
(23 DICEMBRE 2014)
Come si fa a prendersela con 007? È scontato che mi batterà, è un eroe mitologico, ha sempre il vento in poppa, non può perdere. Sarebbe come pretendere di mettere sotto Ercole». La prospettiva di interpretare un cattivo destinato fin dall’inizio a soccombere, all’apparenza piuttosto frustrante, non sembra turbare più di tanto Christoph Waltz. Perché nella sua recente, fantastica galleria di malvagi con charme da grande schermo, dall’ufficiale nazista di Bastardi senza gloria allo schiavista di Django, dal pessimo padre di Carnage al non molto migliore marito di Big Eyes, mancava proprio l’anti-007.Waltz, che si dice «molto emozionato dai progetti che mi mettono in situazioni di pericolo, perché lì posso testare i miei limiti» (discorso più attoriale che spionistico, si suppone) ora sarà Oberhauser in Spectre, l’episodio numero 24 del serial più lungo e fortunato della storia dello schermo: uscita mondiale, novembre 2015. Qualcuno dice che in realtà rivedremo in lui il mitico Blofeld, gran capo della società segreta Spectre che sfidò Bond nei primi anni 60 (in Dalla Russia con amore e Thunderball): era quel misterioso malvagio che accarezzava sempre un gatto persiano. Il plot, infatti, in gran parte ovviamente segreto (anche Waltz conferma di saperne pochissimo) rimanda Bond indietro nel tempo, mettendolo di fronte a nemici e incubi lontani. Si girerà da gennaio in Tirolo, con set successivi a Londra e Roma, in Messico e Marocco. Regia di classe, Sam Mendes, che ha rilanciato la serie 007 alla grande (l’ultimo, Skyfall, ha superato il miliardo di dollari al box-office, videogiochi esclusi), confermatissimo il protagonista Daniel Craig, più Ralph Fiennes nel ruolo di M (al posto della sublime Judi Dench) e due bond girl per una già volta famose, Monica Bellucci e Lea Seydoux. Intanto il 58enne attore viennese, figlio e nipote di attori, attrici, uomini di teatro, forte di solidi studi in patria e al mitico Actor’s Studio, e di un doppio Oscar tarantiniano (per Bastardi senza gloria e Django) racconta la sua felice collaborazione con Tim Burton per Big Eyes. È la storia della tormentata coppia artistica formata da Margaret e Walter Keane, nell’America a cavallo tra 50 e 60: s’incontrano, si amano, si sposano, poi lui rende famosi e ricchissimi entrambi attribuendosi la paternità dei quadri. Cosa falsa, ma a lungo creduta dal pubblico. E tutto, amore e arte, finisce in un tribunale di Honululu. È in uscita a inizio 2015 in Italia, insieme a un’altra sua prova d’attore più scherzosa, Come ammazzare il capo 2 di Sean Anders.

È vero che se Big Eyes s’è fatto molto è merito suo? Il progetto girava da anni, ma è veramente partito solo quando lei ha incontrato Burton, convincendolo a dirigerlo... 

«Non è andata esattamente così, non l’ho convinto a dirigerlo, però è vero che abbiamo avuto una bellissima discussione sull’arte e il kitsch, partendo dal copione di Big Eyes. All’inizio lui era deciso a produrlo, e gli stessi sceneggiatori Scott Alexander e Larry Karaszewski volevano girarlo. Ma a un certo punto ha deciso di prendere in mano la regia, e l’ha fatto con gioia, volontà, decisione»

È davvero diverso dai suoi ultimi film, un bel salto. Qualcuno ha parlato di un Burton che torna sulla terra, ricordando il bel biopic sul regista Ed Wood. 

«Sì, anch’io lo apprezzo molto: così fabolous ma senza effetti speciali, tutto reale, anche San Francisco che non è ricostruita in studio, e una vera, forte relazione al centro del film. Pochi personaggi, perfettamente caratterizzati, ancorati nel loro mondo, nel loro tempo, nella loro storia: e gli attori che recitano quasi nello stile degli ultimi anni 50».  

Anche il suo personaggio è un perfetto pessimo marito anni 50: se il film fosse ambientato ai giorni nostri, l’avrebbe fatto diverso? 

«Probabilmente sì. Però non sono così sicuro che sia del tutto un “bad husband”. Certo, è cinico, manipolatore, sfrutta i sentimenti d’amore di Margaret per lui, ma io lo definirei piuttosto un imbroglione. E poi Margaret scopre subito chi è: in fondo lui non la obbliga ad aver successo, e avere successo non è proprio questa gran sofferenza. Lei è ben contenta dei soldi e della fama, e decide tutto insieme a lui. Alla fine non è che la sfrutti o la riduca in schiavitù». 

Un po’ schiava lo è, in soffitta a dipingere i quadri che lui firma. E nel finale, in tribunale, Walter è sgradevole, aggressivo, offensivo. Lei lo recita benissimo... 

«Grazie, ma lasciamo da parte la mia interpretazione. Io sono sicuro che lei saprà di divorzi anche molto più brutti di questo. Il film è soprattutto una storia di relazioni, più che di arte parla di interdipendenza tra le persone, e di come siamo bravi a strumentalizzarle e piegarle ai nostri vantaggi. L’interessante è vedere tutto questo nell’ambiente pulito, levigato, dei 50-60. Come in un dipinto di Hopper: tutto nelfilm di Burton è realistico e iperrealistico insieme. Capisci che dietro la superficie perfetta, colorata, delle case, delle auto, delle persone, c’è ben altro. E questo ne fa una storia di relazioni estremamente moderna». 

Come si affronta un ruolo ispirato a una persona realmente esistita, ma riscritto per la fiction? 

«Walter è morto da tempo, e io non amo recitare per riprodurre la verità reale dei personaggi che impersono: del resto il film è esattamente il contrario di questo, è un anti-documentario. Non credo che sia una buona idea studiare tutto ciò che si può sapere su un personaggio. Non ti porta a far un buon lavoro. Neanche se fosse stato vivo, sarei andato a trovarlo: più cose sai su una persona, più ti senti obbligato a portarle sullo schermo, e più senti questa responsabilità, che ti blocca e restringe le tue opzioni di attore». 

Che regista è Tim Burton? Esigente, aperto... 
«È molto preciso, il che non vuol dire che non abbia una mente aperta. È un artista e sul set comunica da artista. Una persona molto visionaria, attentissima al lato visuale. E adorabile: non dà mai ordini, non dice “devi fare questo, quest’altro, devi muoverti così”. Spiega la direzione del suo lavoro, e ti dà gli elementi per farti trovare a tuo agio, con la tua professionalità, nel seguire la linea su cui si muove il film. Perciò non hai tutte le strade aperte, anche se non viene certo a portarti via per il naso, sul set, come un ragazzino. Accetta i suggerimenti, le opinioni degli attori, ma se non è della stessa idea cerca di fare in modo che gli altri la cambino. Non tronca mai il tuo flusso interpretativo, ma, supportandolo, lavora per indirizzarlo dove vuole lui». 
Prometto sarò cattivo
Ma a lei piace la pop art della vera Margaret Keane? Quei bambini tristi con gli occhi grandi? Burton dice che quello stile l’ha influenzato, visivamente... 

«Il nostro approccio è sempre eurocentrico. E non per snobismo. Il fatto è che abbiamo i massimi geni dell’arte degli ultimi millenni. Vai a Ravenna, per dire, o in qualsiasi museo di New York: il meglio degli ultimi 12 secoli è europeo, non certo americano. Le cose sono cambiate solo dopo, a metà XX secolo. Questo noi lo diamo per scontato, e restringe parecchio la questione: è tutto quello che c’è da dire sull’arte e la sua storia. Quindi non posso dire di amare la pittura di Margaret: potrei scrivere una lunga lista di obiezioni alla sua arte e sono certo che sarebbero valide. Anche Burton credo sappia bene cos’è l’arte della Keane, cosa rappresentano i suoi quadri, ma non vuole approfondire troppo la cosa. E l’interessante è che alla fine sono stato io a dover metter da parte il mio punto di vista: perché se avessimo guardato il plot partendo dalle mie opinioni, sarebbe stato il racconto di due idioti che pasticciano col kitsch. Non ci sarebbe stata storia, né film. Che oltretutto è collocato 60 anni fa, un tempo lontano dall’oggi, ma non abbastanza da essere storico».

Poi farà pure Bond 25, dopo Bond 24?
«Non ne so nulla, ma lei lo scriva pure, così lo leggono e forse ci pensano e mi scritturano».

E il nuovo progetto con Polanski?
«Neanche di questo so niente, però sarebbe magnifico. Certo che lei sa un sacco di cose. Forse la assumo come mio agente».
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