domenica 28 febbraio 2016

Milo Manara premiato a Cartoomics 2016

Milo Manara 

premiato a Cartoomics 2016

23 / 02 / 2016

Il Maestro Milo Manara, artista italiano celebrato in tutto il mondo per la sensuale raffinatezza dell’erotismo che caratterizza l’intera sua produzione, amato e ammirato da Hugo Pratt, Enzo Biagi e Federico Fellini, verrà premiato a Cartoomics 2016, la grande kermesse dedicata al fumetto, ai giochi e al cinema a Milano dall’11 al 13 marzo.  

La premiazione si terrà sabato 12 marzo al termine di un incontro aperto al pubblico durante il quale Manara racconterà se stesso, la sua carriera e la sua opera intervistato da da Loris Cantarelli (direttore del mensile Fumo di China). A conversare amabilmente con Manara, in un animato botta e risposta sull’erotismo e suoi mille significati, sarà anche l’attrice e conduttrice Elena di Cioccio, ammiratrice delle opere del Maestro.




Milo Manara è il primo artista internazionale a ricevere per conto del comitato scientifico di Cartoomics il neonato premio Cartoomics Artists Award, che consisterà ogni anno in un pezzo unico creato appositamente da un artista emergente per un artista consacrato. Ad inaugurare la prestigiosa ricorrenza è il giovane disegnatore e scultore milanese Davide Scianca che ha realizzato per Manara l’opera “Carny Dark Lady”, scultura di poliuretano, gesso, cotone, colla vinilica, muschio, pasta modellabile e resina.  

Il premio verrà consegnato da Luigi Bona, direttore di WOW Spazio Fumetto - Museo del Fumetto di Milano che per “contrappasso” riceverà direttamente dalle mani del Maestro una tavola speciale da lui realizzata appositamente per l’occasione ispirata a Star Wars. La tavola sarà poi esposta al Museo del Fumetto, dal 19 marzo al 5 giugno, nell’ambito della mostra “Star Wars dal fumetto al cinema… e ritorno!”. 








sabato 27 febbraio 2016

Le sexy eroine di Manara debuttano sulle piastrelle

Le sexy eroine di Manara 

debuttano sulle piastrelle


BOLOGNA
26 / 09 / 2013

Le ragazze di Milo Manara, col loro corpo perfetto, le gambe lunghissime e i lunghi capelli boccolosi sciolti sulle spalle, fanno la loro apparizione là dove non t’aspetti, fra gli stand del salone internazionale della ceramica in corso in questi giorni a Bologna.  

Grazie a un accordo triennale siglato con il gruppo Del Conca, il disegnatore ha lasciato il suo tratto inconfondibile sulle piastrelle della nuova collezione presentata dall’azienda riminese al Cersaie. Manara è venuto a Bologna per illustrare il suo lavoro sulla ceramica, sottolineando come la collaborazione con l’azienda ceramica gli abbia dato modo di “recuperare una tradizione nobilissima e molto antica, quella di decorare le case con affreschi”.  

La collezione consiste in due serie di decori: uno dedicato ai volti delle eroine più famose del fumettista, da Molly a Miele, alla Gulliveriana, e l’altro incentrato sulla striscia di fumetti tratti dai viaggi fantastici della Gulliveriana. E così gli appassionati avranno la possibilità di arredare il bagno di casa con le vignette in sequenza della ragazza che si addormenta sulla spiaggia per risvegliarsi prigioniera dei lillipuziani.  

Lo stand ospita anche una mostra di 14 acquerelli di Manara, “Le stanze del desiderio”, che è anche il titolo della collezione, dove campeggiano le protagoniste più celebri delle avventure ideate dal disegnatore veronese: le eroine della Marvel – esposte per la prima volta -, Molly Malone, Lucrezia Borgia, le Valchirie. Ad accogliere il visitatore, sulla parete esterna dello stand, una figura femminile nuda ritratta da tergo emerge dall’acqua: un saluto firmato Manara per chi abbia intenzione di decorare il proprio bagno col segno del maestro del fumetto erotico italiano.  



venerdì 26 febbraio 2016

Oroscopo / Pesci


Pesci

DAL 21/2 AL 20/3

Giove amplifica gl’impegni e potrebbe rendervi ansiosi: Saturno non aiuta accentuando il senso del dovere, piccoli acciacchi possono alimentare la stanchezza, siate pazienti, niente di grave!

Giorno fortunato il 18.
Sfavorevole il 16.


LA STAMPA




giovedì 25 febbraio 2016

Morto Umberto Eco /Così cambiò l’interpretazione del testo



Morto Umberto Eco. 
Così cambiò l’interpretazione 
del testo

L’idea di una semiotica interpretativa: il testo è una «macchina pigra» che ha bisogno dell’esperienza del fruitore

20 febbraio 2016 (modifica il 20 febbraio 2016 | 02:29)

Codice, significato, interpretazione. Se il difficile vocabolario della semiotica è entrato nel linguaggio comune, mischiandosi con quello dei mass media, si deve a Umberto Eco. Nel 1968 pubblica il suo primo libro di teoria semiotica, La struttura assente, cui seguono, il Trattato di semiotica generale (1975) e gli articoli per l’Enciclopedia Einaudi raccolti in Semiotica e filosofia del linguaggio(1984). 

Nel 1971 fonda «Versus - Quaderni di studi semiotici», importante rivista del settore. Alla base delle sua teoria l’idea del testo come «macchina pigra»: fondamentale è dunque il ruolo del fruitore che grazie all’interpretazione — dovuta all’esperienza — è in grado di restituire voce al testo. 

Nel 1964 esce Apocalittici e Integrati, testo fondamentale per la sociologia dei media, in cui analizza l’influenza dei mezzi di comunicazione sulla cultura di massa.






lunedì 22 febbraio 2016

Gay Talese / “Povera Italia, senza Eco”

Gay Talese


Gay Talese

“Povera Italia, senza Eco”

Lo scrittore americano: «Ha abbracciato la cultura popolare senza snobbarla, conquistando i lettori di tutto il mondo. Per il vostro Paese la sua scomparsa è un disastro culturale»
INVIATO A NEW YORK

Gay Talese ha costruito la sua carriera sulle provocazioni, perciò gli viene naturale farlo anche in morte di Umberto Eco: «È stato il più alto esponente della cultura popolare in Italia, e fra i più alti al mondo. Lascia un vuoto incolmabile, soprattutto nel vostro Paese, perché dietro di lui non c’è nessuno in grado di continuare il suo lavoro fondamentale».

Talese, inventore con Tom Wolfe del «New Journalism» letterario, aveva incontrato di recente Eco: «Ho tenuto il discorso per la consegna dell’ultimo premio che aveva ricevuto a New York. Parlare con lui era sempre un’esperienza molto stimolante. È stato l’autore italiano più influente negli Stati Uniti, dai tempi di Alberto Moravia».

domenica 21 febbraio 2016

Umberto Eco / E il professore diventò un personaggio di Dylan Dog


La striscia di Dylan Dog in cui compare Umberto Eco

E il professore diventò 
un personaggio di Dylan Dog


La passione di Umberto Eco per i fumetti ricambiata con un omaggio di Tiziano Sclavi

di ALESSANDRO TREVISANI
20 febbraio 2016 (modifica il 20 febbraio 2016 | 21:44)

Il 19 febbraio 2016 è scomparso nella sua casa milanese lo scrittore Umberto Eco. Aveva 84 anni Al numero 13 di Piazza Castello c’è un giacimento di fumetti che potrebbe fare invidia ai più meticolosi collezionisti. Soprattutto, da qualche parte, ci dev’essere un originale di Milo Manara: una striscia molto piccante, che il fumettista dedicò alla figlia di Umberto Eco. Un omaggio che lasciò spiazzato il prof. «Ma poi prese ad apprezzarlo», ci racconta Fulvia Serra, già direttore delle riviste Linus e Corto Maltese, amica storica dello scrittore morto venerdì a 84 anni. «In quella strip c’era una donna appoggiata di schiena su un letto. Ma la figlia di Eco era una mia fan, così non ebbi dubbi sulla mia scelta», racconta Manara.

Certo è che dei fumetti Eco era studioso e appassionato. Soprattutto di Dylan Dog. «Posso leggere la Bibbia, Omero o Dylan Dog per giorni e giorni senza annoiarmi», disse Eco una volta. Un amore ricambiato da Tiziano Sclavi, che nel 1998 affida a Bruno Brindisi la fumettizzazione di Eco, nel personaggio di Humbert Coe, un glottologo che il governo inglese chiama a decrittare alcuni misteriosi messaggi che provengono dallo spazio. L’albo, dal titolo Lassù qualcuno ci chiama, tratta il tema della lingua universale, tra Babele, il Galles e una girandola di divertenti incomprensioni tra i protagonisti della storia. 

Ma si sa che Eco prediligeva i comics americani. Aprile 1965: nel primo numero della rivista «Linus» (che si realizzava in via della Spiga), Eco intervista Oreste Del Buono e Elio Vittorini. Tema: i Peanuts. «La forza di Charlie Brown è che ripete sempre con ostinazione, ma con un senso del ritmo, qualche elemento fondamentale. Come certo jazz ripete con ostinazione una certa frase musicale», dice Eco ai suoi sodali, battezzando così la scienza fumettistica italiana.

Anche l’opera di Hugo Pratt era una grande passione, per Eco. Celebre la sua frase: «Quando ho voglia di rilassarmi leggo un saggio di Engels, se invece desidero impegnarmi leggo Corto Maltese». «Eco di Pratt aveva enorme rispetto», conferma Serra. Nella prefazione a Le Etiopiche (Bompiani, 1979) Eco scrive che Pratt «pronuncia la arringa più bella in favore del fumetto come genere autonomo», e chiude così: «Pratt rende materia di narrazione avventurosa la propria nostalgia della letteratura, e la nostra». 

E in fondo al fumetto di Dylan Dog, Humbert Coe cita «In cosa crede chi non crede», il dialogo tra Eco e il cardinale Martini pubblicato nel 1996. Il personaggio legge alcuni passi di Eco sull’esistenza di «messaggi che non perdono mai la propria traccia immateriale, gli incunaboli di una specie di aldilà laico. Dice allora Eco-Coe: «Chissà che la morte, anziché implosione, sia esplosione, e stampo, da qualche parte, tra i vortici dell’universo». Un fumetto ripetuto all’infinito, come i tenerissimi Peanuts: forse era proprio così che Eco immaginava la sua dipartita.

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DE OTROS MUNDOS

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sabato 20 febbraio 2016

Morto lo scrittore Umberto Eco

Umberto Eco

Morto lo scrittore Umberto Eco
Svecchiò semiologia e letteratura

Unì agli studi accademici l’impegno militante nell’industria culturale. Il suo romanzo 
«Il nome della rosa» fu un bestseller di livello mondiale con 30 milioni di copie vendute



di DINO MESSINA
20 febbraio 2016 (modifica il 20 febbraio 2016 | 02:49)

Nemico dell’improvvisazione, dell’approssimazione, maniaco della precisione, Umberto Eco, scomparso venerdì 19 febbraio nella sua casa di Milano in Foro Buonaparte, riceveva i suoi intervistatori che arrivavano da mezzo mondo nell’appartamento che guarda il Castello Sforzesco e il Parco Sempione. I suoi modi cordiali, il tratto di una giovialità straordinaria rendevano simpatiche un’erudizione e una cultura sterminate. Nella biblioteca di casa, dove raccoglieva rarità bibliografiche, classici della filosofia e della letteratura, fumetti, saggi di semiologia, riviste, c’erano naturalmente anche tutte le sue opere, tradotte in decine di lingue.

Il suo Trattato di semiotica generale (Bompiani, 1975) è considerato un testo classico nelle università di mezzo mondo, a cominciare dagli Stati Uniti, dove Umberto Eco ha a lungo insegnato, dividendo l’impegno accademico con l’Università di Bologna, dov’era stato tra l’altro direttore del Dams e poi del Corso di Laurea in scienze della comunicazione.


Umberto Eco


Nato ad Alessandria il 5 gennaio 1932, Eco si era laureato all’Università di Torino con Luigi Pareyson, il maestro che non aveva mai smesso di citare, con una tesi sull’estetica in San Tommaso d’Aquino, che poi divenne il suo primo libro. Umberto Eco ha a lungo insegnato, dividendo l’impegno accademico con l’Università di Bologna, dov’era stato tra l’altro direttore del Dams e poi del Corso di Laurea in scienze della comunicazione.

Accanto agli studi accademici, già dal 1954, anno della laurea, Umberto Eco unì l’impegno militante nell’industria culturale: quell’anno assieme a Furio Colombo e Gianni Vattimo vinse un concorso in Rai. Quell’esperienza era il primo passo di quel continuo esercizio tra la cultura «alta» e la cultura «bassa» che sarebbe stato uno dei tratti distintivi della biografia culturale di Umberto Eco. L’esperienza in Rai diede al filosofo l’ispirazione per uno degli articoli culturali più significativi del secondo Novecento, Fenomenologia di Mike Bongiorno. Era il 1961, l’inizio di un’analisi con gli strumenti della filosofia e della semiologia della cultura di massa: tra i titoli più famosi, che ebbero un successo internazionale, Diario minimo, tradotto in inglese con il titolo divertente How to Travel with a Salmon eApocalittici e integrati, un titolo di cultura alta che sarebbe entrato a far parte del linguaggio corrente.


Umberto Eco

Protagonista del «Gruppo 63», con il saggio Opera aperta, Eco dette una spinta allo svecchiamento culturale del Paese. Seguirono una serie di studi che l’avrebbero confermato come il fondatore della semiologia italiana oltre che uno dei più affermati studiosi di comunicazione nel mondo.

Con un curriculum di questo tipo, il mondo accademico italiano reagì con un certo stupore, a volte con disappunto misto a invidia, alla pubblicazione nel 1980 di un romanzo giallo, destinato a diventare uno dei bestseller più di successo di tutti i tempi, Il nome della rosa, che finora ha venduto nel mondo circa trenta milioni di copie. Una struttura da giallo classico impastata di filosofia e conoscenza storica del Medioevo. Seguirono nel 1988 Il Pendolo di Foucault, sui Templari e la sindrome del complotto, L’isola del giorno prima (1994), Baudolino(2000), La misteriosa fiamma della regina Loana (2004) Il cimitero di Praga(2010), in cui affrontò il tema dell’antisemitismo e Numero zero, l’ultimo romanzo, uscito a gennaio dell’anno scorso, in cui ha messo alla frusta i limiti del giornalismo contemporaneo.


Umberto Eco


Ogni uscita editoriale di Umberto Eco era un avvenimento non solo per il mondo italiano, ma per l’editoria internazionale. Dopo il successo incredibile del Nome della rosa, per il successivo romanzo, ci fu un gioco alle anticipazioni giornalistiche che irritarono non poco il professore. Sicché per il terzo romanzo,L’isola del giorno prima, nel 1994 venne organizzato un lancio internazionale in una enorme sala del Frankfurter Hof durante l’annuale edizione della Buchmesse. Le tirature iniziali era ormai da capogiro: si partiva da centinaia di migliaia di copie.

Umberto Eco era uomo di passioni e di fedeltà. Per tutta la vita, come molti grandi autori, era rimasto legato alla casa editrice che l’aveva lanciato, la Bompiani. Quando alla fine dell’anno scorso il glorioso marchio editoriale è stato ceduto assieme a tuta la Rcs Libri alla Mondadori, Eco ha deciso di accompagnare Elisabetta Sgarbi nell’avventura di una nuova casa editrice, La Nave di Teseo. Un’impresa in cui ha investito una cospicua somma e in cui è stato chiamato a collaborare anche il figlio Stefano.

Umberto Eco trovava il tempo, accanto ai tanti impegni, di collaborare ai grandi giornali italiani. Aveva scritto per “Il Giorno”, “La Stampa”, era stato tra le grandi firme della terza pagina del Corriere della sera e da anni scriveva per “la Repubblica”. Era sua una delle rubriche più di successo dei settimanali italiani, “La bustina di Minerva” che concludeva ogni settimana e poi ogni quindici giorni, i numeri dell’“Espresso”.

CORRIERE DELLA SERA



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PESSOA

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E il professore diventò  un personaggio di Dylan Dog





venerdì 19 febbraio 2016

Picasso / La pittura è un’azione drammatica

Pablo Picasso
Fotografia di Dora Maar
Pablo Picasso
La pittura è un’azione drammatica


Per me la pittura è un’azione drammatica durante la quale la realtà si trova disintegrata.




giovedì 18 febbraio 2016

Picasso / Nel profondo del suo cuore



Pablo Picasso
NEL PROFONDO DEL SUO CUORE

Spesso leggendo un libro si sente che l’autore avrebbe preferito dipingere piuttosto che scrivere, si può percepire il piacere che deriva dal descrivere un paesaggio o una persona, come se stesse dipingendo quello che sta dicendo, perché nel profondo del suo cuore egli avrebbe preferito usare pennelli e colori.



mercoledì 17 febbraio 2016

Picasso / La pittura


Pablo Picasso
Pablo Picasso
LA PITTURA


La pittura è una professione da cieco: uno non dipinge ciò che vede, ma ciò che sente, ciò che dice a se stesso riguardo a ciò che ha visto.



domenica 14 febbraio 2016

Il grido letale della mandragora / Miti e riti di raccolta


Bateman, Tre donne raccolgono la mandragora


Il grido letale della mandragora

Miti e riti di raccolta. Per esplorare il divino con il gesto e la parola


Può una pianta urlare orribilmente di dolore se estirpata dal terreno? Può indurre un uomo alla follia con i suoi effluvi nocivi? Può ritrarsi quando mani inesperte la avvicinano? Può, infine, richiedere il sacrificio di una vita, come prezzo per la sua trasformazione in farmaco? La mandragora, erba eletta della venefica Circe, possiede queste facoltà. Solo il rizotomo espertissimo conosce i segreti che ne consentono la raccolta.
Estrarre dalla terra la sua radice equivale a disseppellire un defunto riportandolo in vita. Inoltre, così come l’essere umano si affaccia alla vita con il grido acuto del pianto, anche questa pianta si separa dalla terra emettendo un urlo agghiacciante, e tanto è potente e velenoso quel lamento disperato, che ha la forza di togliere il senno o perfino di uccidere colui che la sta estirpando. Anche l’odore è estremamente tossico e insopportabilmente intenso, e chi lo inala può perdere l’uso della parola. Per tutte queste ragioni è bene che il raccoglitore proceda con la massima precauzione e seguendo regole precise.
Innanzitutto agisca durante la notte, perché la mandragora, che di giorno si confonde tra le altre erbe, nel buio si accende di un colore di fiamma e brilla come una stella. Dopo averla individuata, ovattate le orecchie con della cera, il rizotomo tracci tre cerchi concentrici intorno alla pianta servendosi di una spada di ferro, e subito la recida rivolgendo lo sguardo ad ovest; infine, nell’atto di sferrare il secondo taglio, dovrà danzare intorno ad essa pronunciando formule d’amore. Poiché il pericolo di morte è altissimo, alcuni si affidano a una pratica più sicura: dopo aver ammorbidito la terra intorno alla radice, recano con sé un cane al guinzaglio (che sia affamato!) e assicurano il capo libero della catena all’attaccatura della radice, laddove essa emerge dal suolo e genera il fogliame. Il padrone a questo punto lancerà lontano alcuni pezzi di carne succulenta per stimolare il cane: questo, lanciandosi in una corsa energica per afferrare il cibo, estirperà finalmente la radice trascinandola con sé. Tuttavia, inevitabilmente, l’orribile grido della mandragora sarà fatale per l’animale, ed esso morirà al sorgere del sole. Il raccoglitore seppellirà infine il cane nel punto esatto dell’empia estirpazione della pianta. Espiato il sacrilegio con il sacrificio di una vita, la mandragora, placata, perderà il suo potere letale e si trasformerà in un farmaco stupefacente, capace di scacciare da un corpo qualunque demone.
La raccolta di una pianta dalle virtù eccezionali rappresenta in tutto e per tutto un atto cosmico, e come tale necessita del supporto di una ritualità che ne interpreti la natura sacra. Il rizotomo è al contempo raccoglitore e sacerdote: conosce i gravi pericoli a cui si espone chiunque interferisca con le forze naturali, ma vi si avventura in quanto custode di liturgie di raccolta che sanno unire la destrezza del gesto all’evocazione magica della preghiera. Nulla può essere lasciato al caso: la purificazione preparatoria, la posizione rispetto all’erba al momento del taglio, l’abbigliamento, la stagione e l’ora del giorno. È indubbio che alcune precauzioni rispondessero a concrete esigenze di prudenza, specie nel caso di raccolta di erbe velenose, sebbene in alcuni casi fosse la superstizione più cieca a prendere il sopravvento. Spesso il fulcro del rito era l’invocazione, l’incantesimo rivolto alla pianta oppure al dio o al demone al quale essa era consacrata: il “cantus”, la parola incantatoria, che si fa alito gentile e propizia il rilascio delle virtù benefiche, chiamando la pianta stessa alla sua vocazione terapeutica. La mandragora chiede danze e parole d’amore; il rito, mettendo in comunicazione macrocosmo e microcosmo, consente di attirare l’attenzione degli dèi sulle vicende dell’uomo.
Separare questa pianta dall’abbraccio della terra madre è un atto empio che deve essere propiziato con il sacrificio di una vita. La radice è ancorata saldamente alle profondità del sottosuolo, quel mondo sotterraneo che brulica di vita ma è anche dimora di demoni. Eppure, di notte il fiore si accende di una luminosità splendente, squarciando le tenebre per rendersi visibile all’uomo: quasi un richiamo d’aiuto, una tacita richiesta. Infatti è solo attraverso il rito della raccolta che la pianta si libera delle esalazioni letali che la avvincono, agevolando la trasformazione in farmaco. Il tutto ha luogo nell’orizzonte temporale che segna il passaggio dal buio alla luce: il sacrilegio dell’estirpazione infatti è coperto dalle tenebre della notte, sotto il dominio femminile della luna, ma solo ai primi barlumi dell’alba e con l’avvento dell’astro diurno l’atto cosmico si realizza pienamente. Il sacrificio del cane, animale infero, ha lo scopo di redimere l’empietà e favorire la consegna del dono spirituale.
La medicina empirica ne sfruttava le ricche potenzialità. Tra le molteplici definizioni della mandragora vi era anche quella di “radice della follia”. Essendo una pianta di natura lunare, era ritenuta efficace nella cura dell’epilessia e negli squilibri psichici; come narcotico, godeva di largo impiego come sonnifero e come anestetico in chirurgia. Ma l’immaginario della mandragora si lega soprattutto alle memorie dell’antica medicina magica. A destare grande stupore in origine dovette essere la forma della radice, con i suoi contorni vagamente simili a quelli di una sagoma umana: è infatti biforcuta, come a formare due gambe, e presenta radici laterali più sottili che ricordano due braccia. Le foglie emergono dal terreno come ciocche di una folta capigliatura e sembrano volersi liberare da una prigionia ctonia. Tra le gambe gli antichi parevano scorgere addirittura una differenziazione sessuale, e si spingevano a classificare la specie nelle categorie di maschio e femmina.
Secondo i paradigmi della medicina simbolica, la natura si propone di rivelare il potere curativo dei vegetali attraverso “segnature”, ovvero segnali, indizi, simboli, talora palesi, talora sottilmente nascosti. La mandragora, in virtù delle sue fattezze umane, era considerata una sorta di doppio vegetale dell’uomo e della donna; allo stesso tempo, sul piano curativo, un rimedio rivolto all’essere umano nella sua totalità, ovvero una panacea. Infine, il legame con le arti di Circe, ambivalente interprete del femminile, la vincolava ai temi dell’eros, conferendole fama di potente afrodisiaco, e ne faceva l’ingrediente principe della stregoneria femminile.
Nella procedura ripercorsa dal raccoglitore/sacerdote si fondono rito e mito; il primo, più arcaico, ha lo scopo di forgiare la realtà attraverso la forza del gesto e della liturgia; il secondo ne stabilisce la veridicità tramite il racconto e consente di tramandare il sapere. Insieme, le due modalità divengono complementari allo sviluppo dell’esperienza simbolica. Ogni passaggio rituale, ogni comparsa della rappresentazione mitica, interpretano gli antichi archetipi legati alla sacralità delle erbe. A partire dalla mandragora stessa, che come erba di Circe condivide con la maga ambiguità e contraddizioni, presentandosi come pianta apportatrice di vita e di morte. Veleno, farmaco e filtro al contempo. Rito, associazione mitica e proprietà medicinale rimangono saldamente uniti in una relazione indissolubile.