domenica 13 settembre 2015

Divina Callas / La collezione in studio rimasterizzata



DIVINA CALLAS

Icona di musica e stile: Maria Callas. 

In edicola la collezione in studio rimasterizzata


Descrizione

Potente, elegante, unica, icona di musica e stile: Corriere della Sera pre- senta Divina Callas, una collana di CD — arricchita da preziosi volumi — per riscoprire la grande musica del più amato soprano di sempre in un’e- dizione da collezione rimasterizzata nei leggendari studi di Abbey Road. Carmen, La bohème, Tosca, capolavori immortali interpretati dalla “Diva” da ascoltare con una qualità senza precedenti e da accompagnare con immagini commentate e approfondimenti sulle opere e sull’artista a cura di Paolo Arcà, Francesco Gala ed Enrico Girardi. Semplicemente Divina.





venerdì 4 settembre 2015

Morto Wes Craven, il papà dell’horror e di Freddy Krueger


Wes Craven



Morto Wes Craven, il papà dell’horror 

e di Freddy Krueger


Il regista di Nightmare e Scream si è spento a 76 anni nella sua casa di Los Angeles

di Redazione Online

Ha fatto sobbalzare sulla poltrona intere generazioni di spettatori: dall 1984, con il primo Nightmare al 2011, con l’ultimo capitolo della fortunata saga Scream. Wes Craven, considerato uno dei padri fondatori del cinema horror, è morto all’età di 76 anni.

L’esordio di Depp e Krueger

Il regista era da tempo malato di cancro al cervello. A dare notizia del decesso la famiglia: «È con profonda tristezza cha annunciamo la morte di Wes Craven era circondato da amore, alla presenza dei familiari nella sua casa di Los Angeles». InNightmare - Dal profondo della notte, oltre a “far nascere” Freddy Krueger, ha lanciato la carriera di Johnny Depp, all’esordio cinematografico nei panni del giovane Glen Lantz.


Le colline hanno gli occhi

Fra le pellicole più importanti di Craven anche L’ultima casa a sinistra e Le colline hanno gli occhi.

CORRIERE DELLA SERA


giovedì 3 settembre 2015

Oliver Sacks / «Lasciai i ragazzi del mio reparto bruciando i manoscritti come Swift»


Oliver Sacks

«Lasciai i ragazzi del mio reparto bruciando i manoscritti come Swift»

(Traduzione di Isabella C. Blum 

Pubblichiamo un estratto dal libro di Oliver Sacks «In movimento», pubblicato in aprile nella versione originale inglese, che esce in Italia il 15 ottobre per Adelphi.

di Oliver Sacks
31 agosto 2015


I membri del personale sanitario, che si erano unanimemente opposti alla nostra escursione prevedendo che si sarebbe conclusa in un disastro, sembrarono infuriarsi quando ci ascoltarono descrivere il buon comportamento di Steve, la sua evidente felicità all'orto botanico, e la sua prima parola. Fummo accolti da facce scure. Avevo sempre cercato di evitare le grandi riunioni dello staff che si tenevano il mercoledì, ma il giorno dopo la nostra uscita con Steve il dottor Taketomo insistette perché ci andassi. Ero in apprensione per quello che avrei potuto sentire, e ancora di più per quello che avrei potuto dire. Apprensione pienamente giustificata.

Lo psicologo responsabile del reparto affermò che era stato istituito un programma di modificazione comportamentale, che il programma era bene organizzato e dava buoni risultati, e che io lo stavo mettendo a rischio con le mie idee di «gioco» svincolato da gratificazioni o punizioni esterne. Risposi difendendo l’importanza del gioco e criticando il modello gratificazione-punizione. Dissi che secondo me costituiva un mostruoso abuso a danno dei pazienti, perpetrato in nome della scienza, a volte in odore di sadismo. La mia replica non fu accolta troppo gentilmente, e la riunione si concluse in un silenzio carico di risentimento.

Due giorni dopo Taketomo salì da me e disse: «Gira voce che lei stia abusando sessualmente dei suoi giovani pazienti». Ero scioccato, e risposi che una cosa del genere non mi sarebbe mai passata per la mente. Io consideravo i pazienti come persone affidate a me, sotto la mia responsabilità, e non avrei mai usato il mio potere di figura terapeutica per approfittare di loro.

Mentre la rabbia mi montava dentro, aggiunsi: « Forse saprà che, quando era un giovane neurologo, Ernest Jones - collega e biografo di Freud - lavorò a Londra con bambini ritardati e disturbati finché non cominciarono a circolare voci che stesse abusando di loro. Quelle voci lo indussero ad abbandonare l’Inghilterra e ad andarsene in Canada».

Taketomo disse: «Sì, lo so. Ho scritto una biografia di Ernest Jones». Volevo rivoltarmi e dirgli: «Brutto pezzo di idiota, perché mi hai messo in questa situazione?», ma non lo feci; probabilmente pensava di non essere altro che il mediatore di una discussione civile.

Andai da Leon Salzman e gli raccontai la situazione; lui fu comprensivo e si irritò molto, prendendo le mie parti, ma pensava che - nel mio interesse - lasciare il Reparto 23 fosse la cosa migliore da fare. Nell’abbandonare i miei giovani pazienti provai un senso di colpa schiacciante, benché irrazionale, e la sera della partenza gettai nel camino i ventiquattro pezzi che avevo scritto su di loro. Avevo letto che Jonathan Swift, in un momento di disperazione, aveva gettato nel fuoco il manoscritto dei Viaggi di Gulliver , e che il suo amico Alexander Pope l’aveva recuperato. Ma io ero da solo, e non avevo un Pope che salvasse il mio libro.

Il giorno dopo la mia partenza, Steve fuggì dall’ospedale e si arrampicò in cima al Throgs Neck Bridge; per fortuna lo trassero in salvo prima che potesse buttarsi. Questo mi fece capire che l’improvviso abbandono dei miei pazienti, a cui ero stato costretto, era duro e pericoloso per loro almeno quanto lo era per me.

Lasciai il Reparto 23 ribollente di sensi di colpa, rimorsi e rabbia: senso di colpa perché abbandonavo i pazienti, rimorso per aver distrutto il mio libro, e rabbia per le accuse. Erano false, ma mi misero profondamente a disagio; così pensai che tutto quanto avevo espresso in poche parole decisive, a proposito della gestione del reparto, in quella riunione del mercoledì, l’avrei adesso rivelato al mondo intero, in un libro di denuncia che si sarebbe intitolato Reparto 23. 



mercoledì 2 settembre 2015

Oliver Sacks / Il dottore paziente

Oliver Sacks

Oliver Sacks

Il dottore paziente

Addio al neurologo e scrittore diventato celebre per «Risvegli» Un’avventura intellettuale ora restituita dall’autobiografia che in Italia uscirà postuma

di Livia Manera
31 agosto 2015 (modifica il 1 settembre 2015 | 12:06)


«Credo davvero che l’analisi dei miei pazienti mi abbia salvato la vita più di una volta. Nel 1966 i miei amici pensavano che non sarei arrivato ai trentacinque anni, e ne ero convinto anch’io. Ma con l’analisi, buoni amici, con le soddisfazioni del lavoro clinico e della scrittura, e, soprattutto, con una buona dose di fortuna, ho superato gli ottant’anni contro ogni aspettativa».


È un Oliver Sacks molto diverso da quello a cui ci hanno abituati libri comeRisvegli e L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello, quello che scriveva queste parole in On the Move, l’autobiografia destinata a uscire postuma da Adelphi il 15 ottobre con il titolo In movimento, dopo che il grande neurologo si è spento ieri a ottantadue anni stroncato dal cancro. A parlare in questo libro-testamento non è per una volta il medico inglese in magica sintonia con i suoi pazienti, ma un uomo fragilissimo e a disagio nel mondo: un concentrato di autodistruttività che gioca con la morte e che malgrado ripetuti e plateali fallimenti trova l’armonia che pareva fuori della sua portata grazie al lavoro clinico e alla scrittura.

Ci sono molti modi di leggere In movimento: come l’opera in cui Sacks sapendosi malato terminale affronta finalmente l’argomento di un’omosessualità sofferta e rarissimamente praticata – dopo un’avventura a quarant’anni ne sono seguiti trentacinque di celibato, fino a quando si è innamorato «(Per dio!) a settantasette anni» del compagno che gli è sopravvissuto Billy Hayes; come la cronaca di una serie di manie difficilmente associabili a un intellettuale lucido – dall’ossessione per le motociclette e la velocità, al sollevamento pesi che tocca punte di 600 chili; come la confessione di una passione per l’anfetamina che a trent’anni lo aveva già portato al delirium tremens; e come l’elenco dei sensi di colpa che per tutta la vita lo hanno torturato insieme all’onta (e a quel tempo il crimine) di essere omosessuale nell’Inghilterra che condannava un genio come Alan Turing alla castrazione chimica. A questo si aggiunga la vergogna di non avere fatto abbastanza per un fratello schizofrenico, la cui malattia ha spinto Sacks appena ventenne a fuggire un ambiente famigliare e culturale opprimenti per rifugiarsi in un altrove geografico (gli Stati Uniti) e mentale (la scrittura), e il quadro di un’esistenza torturata è completo.

Ma al di là delle confessioni e dei mea culpa, ciò che affascinerà il lettore di In movimento è la lezione che si annida nelle sue pagine scritte con una semplicitàche si accompagna a una singolare reticenza sul piano psicologico — un tratto paradossale, per un medico che ci ha insegnato a leggere le vite dei malati di Tourette, autismo, afasia e amnesia, come altrettante avventure di coraggio, resistenza e creatività. È come se in seguito alla scoperta della malattia terminale che gli ha fatto guardare alla propria vita «da una grande altitudine, come una specie di paesaggio, con un senso più profondo dei legami tra le sue parti», Sacks avesse sentito l’urgenza di raccontarsi, ma senza spiegarsi. Dicendo: sono nato in una famiglia di medici e scienziati ebrei nella Londra straniata dalla guerra; sono stato esiliato come tanti altri bambini inglesi in un collegio dai metodi sadici; ho deluso e fatto infuriare i miei genitori quando da adolescente mi sono confessato omosessuale (la madre gli disse: «Vorrei che non fossi mai nato»); sono fuggito negli Stati Uniti dopo che mio fratello Michael è diventato psicotico e l’aria in casa si è fatta irrespirabile; ho perso la verginità a ventitré anni ubriacandomi fino a perdere i sensi e la memoria dell’accaduto; mi sono innamorato di uomini sbagliati, ho spezzato cuori e ho avuto il mio a pezzi; ho corteggiato la morte con la velocità, il bodybuilding estremo e con le anfetamine; e solo quando mi hanno cacciato dai laboratori di ricerca perché ormai facevo solo disastri, e per ripiego ho cominciato dedicarmi ai pazienti, ho capito che la mia vita poteva avere uno scopo e non ho più lasciato quell’ancora di salvezza.

Ma la vera sorpresa per i lettori italiani sarà scoprire che Emicranie, il primo successo di Oliver Sacks, gli è costato la perdita del posto e un temporaneo esilio – il capo della clinica in cui lavorava gli disse: se pubblichi questa roba ti giuro che ti licenzio e non lavorerai mai più negli Stati Uniti. E che Risvegli, la commovente raccolta di casi di malati di encefalite letargica che lo ha reso famoso, gli ha procurato la diffidenza dell’ambiente scientifico ma anche accuse infamanti, come quella di avere abusato sessualmente di pazienti minori. Divulgare le storie private dei pazienti (col loro consenso, sebbene a volte dubbio) ha dato a Sacks un successo planetario, è vero, ma solo ora scopriamo a che prezzo. Quando suo padre gli ha mostrato la prima recensione (positiva) di Emicranie, lo ha fatto con il Times che gli tremava nelle mani. Una cosa era armarsi di curiosità, pazienza e compassione, e aiutare i pazienti a raccontare le loro storie — trovando in questo modo un rapporto con il genere umano che altrimenti la sua patologica timidezza gli avrebbe impedito. Un’altra era divulgare quelle storie al resto del mondo. Il paladino dei diritti dei disabili Tom Shakespeare ha detto che «Oliver Sacks è l’uomo che ha scambiato i suoi pazienti per una carriera letteraria». Persino il suo editore inglese, Faber & Faber, davanti al manoscritto di Risvegli ha avuto un sussulto etico e l’ha rifiutato.

Dunque questa è la vera storia di Oliver Sacks, e questa , se vogliamo, è anche la sua meravigliosa lezione: quella di uno scrittore che ha superato ostacoli giganteschi come la perdita di manoscritti, il rifiuto degli editori, il licenziamento dal lavoro e l’ostracismo della propria comunità professionale, per aver lavorato sulla linea che separa la scienza dalla letteratura, infrangendo un tabù. È una storia di resilienza, quella di Sacks. Di spregiudicatezza, anche. E una storia d’amore. Perché, come ha raccontato lui stesso in questo libro, «l’atto di scrivere, quando va bene, mi dà un piacere, una gioia, che non somiglia a nessun’altra. Mi porta in un altrove che mi assorbe interamente facendomi dimenticare tutto, ansie, preoccupazioni e persino il passare del tempo. In quel raro, paradisiaco stato della mente arrivo a scrivere senza sosta fino a che non riesco più a vedere il foglio. E solo allora scopro che è scesa la sera…».