mercoledì 28 gennaio 2015

Franz Kafka / Davanti alla legge


Franz Kafka

Davanti alla legge c'è un guardiano. Davanti a lui viene un uomo di campagna e chiede di entrare nella legge. Ma il guardiano dice che ora non gli può concedere di entrare. L'uomo riflette e chiede se almeno potrà entrare più tardi. "può darsi" risponde il guardiano, "ma per ora no". Siccome la porta che conduce alla legge è aperta come sempre e il custode si fa da parte, l'uomo si china per dare un'occhiata, dalla porta, nell'interno. Quando se ne accorge, il guardiano si mette a ridere: "Se ne hai tanta voglia prova pure a entrare nonostante la mia proibizione. Bada, però: io sono potente, e sono soltanto l'infimo dei guardiani. Davanti a ogni sala sta un guardiano, uno più potente dell'altro. Già la vista del terzo non riesco a sopportarla nemmeno io". L'uomo di campagna non si aspettava tali difficoltà: la legge, pensa, dovrebbe pur essere accessibile a tutti e sempre, ma a guardar bene il guardiano avvolto nel cappotto di pelliccia, il suo lungo naso a punta, la lunga barba tartara, nera e rada, decise di attendere piuttosto finché non abbia ottenuto il permesso di entrare. Il guardiano gli dà uno sgabello e lo fa sedere di fianco alla porta. Là rimane seduto per giorni e anni. Fa numerosi tentativi per passare e stanca il guardiano con le sue richieste. Il guardiano istituisce più volte brevi interrogatori, gli chiede notizie della sua patria e di molte altre cose, ma sono domande prive di interesse come le fanno i gran signori, e alla fine gli ripete sempre che ancora non lo può fare entrare. L'uomo che per il viaggio si è provveduto di molte cose dà fondo a tutto per quanto prezioso sia, tentando di corrompere il guardiano. Questi accetta ogni cosa, ma osserva: "Lo accetto soltanto perché tu non creda di aver trascurato qualcosa". Durante tutti quegli anni l'uomo osserva il guardiano quasi senza interruzione. Dimentica gli altri guardiani e solo il primo gli sembra l'unico ostacolo all'ingresso della legge. Egli maledice il caso disgraziato, nei primi anni ad alta voce, poi quando invecchia si limita a brontolare tra sé. Rimbambisce e siccome studiando per anni il guardiano conosce ormai anche le pulci del suo bavero di pelliccia, implora anche queste di aiutarlo e di far cambiare opinione al guardiano. Infine il lume degli occhi gli si indebolisce ed egli non sa se veramente fa più buio intorno a lui o se soltanto gli occhi lo ingannano. Ma ancora distingue nell'oscurità uno splendore che erompe inestinguibile dalla porta della legge. Ormai non vive più a lungo. Prima di morire tutte le esperienze di quel tempo si condensano nella sua testa in una domanda che finora non ha rivolto al guardiano. Gli fa un cenno poiché non può ergere il corpo che si sta irrigidendo. Il guardiano è costretto a piegarsi profondamente verso di lui, poiché la differenza di statura è mutata molto a sfavore dell'uomo di campagna. "Che cosa vuoi sapere ancora?" chiede il guardiano, "Sei insaziabile." L'uomo risponde: "Tutti tendono verso la legge, come mai in tutti questi anni nessun altro ha chiesto di entrare?". Il guardiano si rende conto che l'uomo è giunto alla fine e per farsi intendere ancora da quelle orecchie che stanno per diventare insensibili, grida: "nessun altro poteva entrare qui, perché questo ingresso era destinato soltanto a te. Ora vado a chiuderlo".




martedì 27 gennaio 2015

Frasi di Franz Kafka

Franz Kafka

Frasi di Franz Kafka

1

Non è necessario che tu esca di casa. Rimani al tuo tavolo e ascolta. Non ascoltare neppure, aspetta soltanto. Non aspettare neppure, resta in perfetto silenzio e solitudine. Il mondo ti si offrirà per essere smascherato, non ne può fare a meno, estasiato si torcerà davanti a te.

2

Di tutto esiste un surrogato misero, artificiale: degli antenati, delle nozze e dei discendenti. Lo si crea nelle convulsioni e, quando non si perisce per queste, si perisce per la desolazione del surrogato.

3

La paura è l'infelicità, ma non perciò il coraggio è la felicità, è invece mancanza di paura, non coraggio, il quale forse richiede più che energia.

4

È difficile dire la verità, perchè ne esiste sì una sola, ma è viva e possiede pertanto un volto vivo e mutevole.



lunedì 26 gennaio 2015

Franz Kafka / Una breve biografia



Una breve biografia di Franz Kafka 

(1883-1924)


Franz Kafka nasce a Praga il 3 luglio del 1883 dal commerciante ebreo Hermann Kafka (1852-1931) e da Julie Löwy (1856-1934), nella casa chiamata Zum Turm (nell’odierna U radnice). L’edificio, quasi completamente distrutto, è stato ricostruito e della struttura originale è rimasto solo il grande portone (una lapide con busto all’angolo ricorda che qui è nato lo scrittore). Ebbe tre sorelle più giovani, Elli, Valli e Ottla, scomparse tutte nei campi di concentramento nazisti. Negli anni 1889-1901 Kafka studia nella Deutsche Knabenschule e successivamente nel ginnasio cittadino; negli anni 1901-1906 studia all’Università Tedesca di Praga, dove si laurea in giurisprudenza. Il primo testo letterario conservato si data negli anni 1904-1905 (Descrizione di una battaglia). Nell’ anno 1907 comincia a lavorare presso le "Assicurazioni Generali", per passare nell’anno successivo all’"Istituto di assicurazioni contro gli infortuni sul lavoro per il Regno di Boemia", di cui rimarrà dipendente fino al 1922, quando andrà in pensione per malattia. Le sue amicizie comprendono in questo periodo Oskar Baum, Feliz Weltsch e Max Brod; quest’ultimo sarà suo amico per tutta la vita e dopo la morte di Kafka si renderà benemerito per aver salvato e pubblicato tutto il lascito inedito dello scrittore. Fra il 1910 e il 1912 Kafka si occupa sempre più intensivamente di cultura ebraica, e stringe amicizia con Jizchak Löwy, che è a capo di una piccola compagnia di artisti ebrei. Nel 1910 inizia inoltre i Diari; nel 1911 comincia il romanzo Il disperso (rimasto incompiuto, pubblicato postumo da Brod con il titolo America). In questi anni scrive molti testi brevi, apparsi dapprima nella rivista "Hyperion" (1908), infine in una edizione a parte con il titolo Meditazioni apparsa nel 1913 presso l’editore Rowohlt. Il 13 agosto del 1912 conosce Felice Bauer, la donna più importante della sua vita, di cui sarà fidanzato (con una lunga interruzione) fino al dicembre 1917. Negli ultimi mesi del 1912 scrive i due importanti racconti La condanna e La metamorfosi; quest’ultimo viene pubblicato nel 1915. Subito dopo una prima rottura del fidanzamento con Felice, nell’agosto 1914, inizia il romanzo Il processo, di cui però interromperà la stesura all’inizio del 1915. Nel frattempo scrive Nella colonia penale, di cui darà una lettura pubblica nel novembre 1916. Fino all’aprile del 1917 Kafka scrive la serie di racconti, che apparirà in volume nel 1919 con il titolo Un medico di campagna. All’inizio del 1917 comincia a studiare l’ebraico. Nella notte fra il 9 e il 10 agosto 1917, Kafka accusa una grave emottisi; il 4 settembre gli viene diagnosticata la tubercolosi polmonare. Conseguentemente, il fidanzamento con Felice viene rotto definitivamente nel dicembre dello stesso anno. Nel 1919 si fidanza con Julie Wohryzeck, proveniente da una famiglia di operai ebrei di origine ceca; anche questo fidanzamento verrà interrotto nel 1920 (di Julie non è sopravvissuta neppure una fotografia). Ai primi del 1920, durante una permanenza in un sanatorio di Merano, inizia la corrispondenza con la giornalista ceca Milena Jesenská, unica donna non ebrea nella vita di Kafka, moglie di Ernst Pollak e prima traduttrice in ceco di numerosi racconti kafkiani. E’ a lei che Kafka affida, nel 1921, i propri diari, consentendone così la sopravvivenza. Nel 1922, Kafka soggiorna per tre settimane nel sanatorio di Spindelmühle; a febbraio inizia il suo terzo romanzo Il castello, progetto abbandonato nell’agosto dello stesso anno per un peggioramento delle condizioni di salute. Nel 1922 inizia anche il ciclo degli ultimi grandi racconti: Primo dolore, Un digiunatore, Indagini di un cane. All’inizio del 1923 intensifica il suo studio dell’ebraico e progetta un viaggio in Palestina cui pensava da molti anni. In luglio-agosto, in un soggiorno a Müritz sul mar baltico, conosce la giovane Dora Diamant, ebrea cassidica di origine polacca; con lei, nel settembre 1923, Kafka finalmente lascia Praga e si trasferisce a Berlino. L’inverno berlinese del 1923-1924, particolarmente severo, insieme alle condizioni economiche rese drammatiche dall’inflazione, pregiudicano definitivamente la sua salute; nel frattempo però Kafka sembra aver raggiunto una condizione di vita cui aveva sempre aspirato, e trascorre le giornate nella scrittura e nello studio intensivo della lingua e della cultura ebraica. Alla fine di febbraio 1924 le sue condizioni peggiorano al punto che Max Brod lo riaccompagna a Praga, dove scrive Giuseppina la cantante o il popolo dei topi. Gli viene diagnosticata una laringite tubercolare, che gli impedisce di parlare (restano i suoi ultimi biglietti di conversazione) e alla fine anche di inghiottire. In queste condizioni il 19 aprile viene trasferito alla casa di cura di Kierling, presso Klosterneuburg, dove negli ultimi giorni corregge le bozze dell’ultima raccolta (che da uno dei racconti prenderà il titolo Un digiunatore) e apparirà presso l’editore "Die Schmiede" subito dopo la sua morte. Franz Kafka muore il 3 giugno 1924; al letto di morte sono presenti Dora Diamant e il giovane amico e medico Robert Klopstock. L’11 giugno viene sepolto nel cimitero ebraico di Praga-Straschnitz. Nel suo testamento, Kafka chiedeva all’amico Max Brod di dare alle fiamme tutti i manoscritti inediti e di impedire nuove edizioni di quelli editi. Brod tuttavia rifiuta di dare corso al desiderio dell’amico e negli anni seguenti pubblica i tre romanzi, tutti racconti e frammenti, i diari e gran parte delle lettere. Già negli anni Trenta, ma in forma sempre più imponente nei decenni successivi, la grandezza letteraria di Kafka è riconosciuta in tutta Europa; la sua influenza sulla cultura di questo secolo è incalcolabile.






sabato 24 gennaio 2015

Il coraggio di Jane Hawking in un libro e un film


cover Hawking copia

Il coraggio di Jane Hawking in un libro e un film
Posted on January 16, 2015 
by maria


stephen & Jane
Un taglio di capelli molto anni Sessanta, uno sguardo innamorato rivolto al fidanzato che invece guarda in macchina. Lui non è certo bello, con il suo dolcevita grigio e quegli occhiali da nerd su un un viso tanto lungo e affilato. L’amore, si sa, è cieco.
Lei è Jane Wilde, ex signora Hawking risposata Jones, che è oggi una bella settantenne, docente ed esperta di letteratura spagnola. Lui è il grande cosmologo Stephen Hawking, oggi 72enne e costretto da anni da una terribile malattia sulla sedia a rotelle, che gli ha portato via il dominio del suo corpo ma non la sua mente brillante e il suo humour graffiante.
Eddie Redmayne e Felicity Jones nel film "La teoria del tutto".
Eddie Redmayne e Felicity Jones nel film “La teoria del tutto”.
Ed eccoli ora in versione cinematografica, nel film La teoria del tutto, uscito nelle sale italiane proprio ieri. Stephen è interpretato da Eddie Redmayne, che è in odore di Oscar per la questa sua eccezionale performance; Jane è Felicity Jones.  Il film racconta 25 anni di vita insieme ed è tratto dall’autobiografia di Jane Hawking, intitolata Verso l’infinito e pubblicata in Italia da Piemme (collana Voci, 19,50 euro). Il film è interessante, ma come quasi sempre succede non riesce a racchiudere tutte le sfaccettature e le complessità dell’animo umano che si possono trasmettere scrivendo. 

Vale dunque la pena leggerlo. La prima cosa che colpisce è scoprire che quando Jane si innamora di Stephen ha già sentito vociferare dalle sue amiche della sua malattia. Ma quando lo incontra di persona, si lascia sedurre dal suo fascino piuttosto singolare. Come corteggiatore, Stephen non vale granché – è imbranato e gentile – ma ha già una laurea in tasca, ha una mente brillante e proviene da una famiglia colta e nota, che Jane conosce.
La ragazza abbandona il suo sogno di una carriera diplomatica per restare al fianco di Stephen, che gradualmente peggiora ed è sempre più instabile sulle sue gambe. Con l’istinto della crocerossina – molto femminile – Jane convola a nozze e mette al mondo tre figli, diventando il sostegno di Stephen, sempre più difficile da gestire nella vita privata a causa della sua malattia. Non c’è niente da fare: si sceglie il proprio destino. Come sua madre – la quale aveva accettato di sposare suo padre all’inizio della guerra, per poterlo curare se fosse tornato ferito – Jane accetta il guanto di sfida che Cupido le lancia.
Jane Hawking, in un'immagine più recente.
Jane Hawking, in un’immagine più recente.
C’è da domandarsi se a 21 anni una ragazza sia in grado di comprendere davvero le conseguenze di una simile decisione. Una malattia neurodegenerativa rara come quella di Hawking non è uno scherzo, e restargli al fianco crescendo tre bambini è un’impresa titanica. Jane ci riesce, fra mille difficoltà, ma è Wonderwoman. C’è un momento in cui lei crolla, e la malattia del marito finisce per avere la meglio sull’amore. Jane trova l’appoggio di Jonathan, un giovane musicista vedovo che si innamora di lei, mantenendo un bizzarro equilibrio familiare, che più tardi Stephen spezzerà definitivamente innamorandosi di un’infermiera…
La storia è da leggere, anche per capire che i sacrifici eroici sono tali sono nella fantasia, ma nella realtà quotidiana si scontrano con i sentimenti e le fragilità degli esseri umani.




venerdì 23 gennaio 2015

Michel Houellebecq / Vita mia

Michel Houellebecq
Pascuale la Forgia
Michel Houellebecq
Vita mia, vita mia, mia antichissima vita,
mio primo voto mal richiuso,
mio primo amore infirmato,
sei dovuta ritornare.
Ho dovuto conoscere
ciò che la vita ha di migliore,
quando due corpi gioiscono della loro felicità
e si uniscono e rinascono senza fine.
Divenuto totalmente dipendente,
conosco il tremito dell'essere,
l'esitazione a sparire,
il sole che colpisce al limitare
e l'amore, in cui tutto è facile,
in cui tutto è dato nell'attimo;
esiste in mezzo al tempo
la possibilità di un'isola.

Michel Houellebecq 
"La possibilità di un'isola", 
Bompiani, 2009




giovedì 22 gennaio 2015

Michel Houellebecq / La carta e il territorio / Citazioni



Michel Houellebecq
La carta e il territorio


Jeff Koons si alzava dalla sua sedia, le braccia protese in uno slancio di entusiasmo. Seduto di fronte a lui su un divano di pelle bianca parzialmente ricoperto di un tessuto di seta, un po' incurvato, Damien Hirst sembrava sul punto di formulare un'obiezione; il volto rubicondo aveva un'aria cupa. Entrambi indossavano un abito nero — quello di Koons, a righe sottili — una camicia bianca e una cravatta nera. Fra i due uomini, sul tavolo basso, era posato un cestino di frutta candita cui né l'uno né l'altro prestavano attenzione; Hirst beveva una Budweiser Light.



La carta e il territorio
di Michel Houellebecq
Traduzione di Fabrizio Ascari
pagine 360
€ 20
Bompiani, 2010





Michel Houellebecq
La carta e il territorio
Pascuale la Forgia


Attendevo questo libro e devo ammettere che il titolo mi aveva preoccupato. Mi aveva fatto pensare a giochetti alla Borges o alla Calvino, giochetti che mi hanno anche divertito, ma che non mi hanno lasciato nulla in tasca, se non qualche curioso argomento di conversazione. Per fortuna non è andata così.

La carta e il territorio è invece un ottimo libro. Forse rivela qualche incertezza - soprattutto all'inizio della terza parte -, ma sono lungaggini che si perdonano perché nel complesso il libro va giù con gran velocità.

Del resto Houellebecq, al di là dei gusti personali (che per me hanno un peso pressoché insignificante), è uno dei pochi a prendersi la briga di dirci quel che ci aspetta di qui a pochi anni. E non lo fa descrivendo scenari apocalittici da saggista militante o incrociando dati come un giornalista che crede di aver scoperto il senso della vita. Ma come un osservatore che registra quel che gli succede ogni giorno (anche le cose più banali) e prova a immaginarne le ripercussioni su ampia scala. Una scala talmente ampia da rendere impercettibile e ininfluente l'osservatore di partenza.





mercoledì 21 gennaio 2015

Michel Houellebecq / La possibilità di un'isola / Citazioni

Michel Houellebecq
Michel Houellebecq
La possibilità di un'isola
  • Giovinezza, bellezza, forza: i criteri dell'amore fisico sono esattamente gli stessi del nazismo. 
  • L'infelicità raggiunge il suo livello massimo solo quando intravediamo, sufficientemente prossima, la possibilità pratica della felicità. 

La possibilità di un'isola (in lingua originale La possibilité d'une île) è un romanzo di Michel Houellebecq, pubblicato in originale nel 2005, in Italia nello stesso anno da Bompiani. Attraverso la narrazione parallela dei due protagonisti, legati tra loro geneticamente ma divisi temporalmente, I'autore analizza la crisi del suo tempo e prefigura un futuro in cui gli esseri umani hanno eliminato il problema della propria morte, ma in cui anche passioni ed emozioni sono state cancellate.
Il libro, sostenuto da un intenso battage pubblicitario da parte del nuovo editore Fayard, è stato tradotto e distribuito in oltre trenta paesi
Daniel (Daniel1) e Daniel24 vivono in epoche molto differenti, ma condividono gli stessi geni. Daniel è un personaggio dello spettacolo del nostro tempo che ha saputo sfruttare al meglio il proprio cinismo ed un sarcasmo corrosivo per arrivare al successo come comico. Daniel24 è un suo lontano discendente, ed è un neoumano, il frutto di una avanzatabiotecnologia che ha reso possibile la creazione di copie quasi conformi di una persona, ottenendo per i pochi eletti una parvenza di immortalità, mentre il resto dell'umanità è regredito ad una condizione animalesca, preludio ad una probabile estinzione, propiziata da una serie di conflitti e crisi ecologiche devastanti.
L'affermazione dei neumani ha avuto come conseguenza la scomparsa quasi totale di sentimenti ed emozioni, per cui i neoumani stessi si considerano elementi di passaggio in vista dell'avvento dei Futuri, i soli a poter comporre la scissione tra individuo ed emozioni. Per facilitare questa ulteriore evoluzione i neumani come Daniel24 (successivamente sostituito dal 25) spendono buona parte del loro tempo analizzando e commentando le memorie lasciate dai loro progenitori, esercizio necessario per tentare il recupero delle personalità originarie, per loro sempre meno comprensibili. A partire dai molti enigmi legati alla sessualità, aspetto che la vita del primo Daniel sembra aver affrontato in ogni sua possibile variante: un primo matrimonio insulso, molte avventure passeggere, ma anche legami più significativi, in cui compare persino l'amore. Come quello nato con la quasi coetanea Isabelle, compagna tenera e comprensiva durante un periodo felice, malinconicamente concluso da una crisi legata all'incapacità di accettare il proprio declino fisico, elemento distintivo di un'epoca che vede nell'invecchiamento il tabù per eccellenza. Problema a cui nemmeno Daniel è immune, che lo spinge ad avvicinare una singolare setta, gli elohimiti, e ad avviare una relazione con una ragazza molto più giovane conosciuta per lavoro, Esther, con cui si crea un rapporto molto intenso, ma dolorosamente asimmetrico. Proprio per sfuggire a quella che sembra diventare una pericolosa ossessione l'uomo si lascia coinvolgere da quel gruppo pseudoreligioso, la cui dottrina mescola improbabili aspettative su visite di alieni con proposte salutiste di marca new age, trovandosi presto ammesso alla cerchia dei dirigenti, guidati da un profeta affascinante ma piuttosto difficile da prendere sul serio, specie per chi conosce bene il mondo dello spettacolo. Daniel scopre però che dietro la bizzarra facciata della setta si cela un serio progetto per tradurre in pratica l'antico sogno dell'immortalità, perseguendo un'ambiziosa linea di ricerca mirata alla riproduzione artificiale dell'organismo biologico. E la sorte vuole che lui sia uno dei pochi testimoni all'evento che segna la svolta decisiva per il genere umano: durante un incontro sull'isola di Lanzarote il profeta viene assassinato da un adepto geloso, ed ai suoi collaboratori non resta che inscenarne la rinascita, sostituendolo con Vincent, il figlio illegittimo, finora rimasto nell'ombra dell'organizzazione. Lo stratagemma riesce ed il clamoroso episodio fornisce enorme visibilità alla setta, che da questo trampolino, sfruttando egregiamente la situazione di crisi sociale ed umana generalizzata, si lancia in un'aggressiva campagna di proselitismo che gradualemente la porta a sostituire le altre religioni, oramai in gran parte declinanti, grazie alla concreta promessa della vita eterna. Ma a Daniel tutte questo importa sempre meno, dopo essere stato definitivamente abbandonato da Esther, non più interessata a proseguire la loro relazione, il che lo conduce verso l'ineluttabile e amara consapevolezza del proprio declino emotivo e fisico, osservazione con cui conclude le proprie memorie.
Grazie al resoconto di Esther, svelato a Daniel25 dalla sua discendente neoumana, egli può ricostruire la fine del proprio progenitore: terminato di redigere il racconto di vita, e dopo un ultimo tentativo di riavvicinare l'oggetto della sua ossessione, Daniel si suicida, lasciando una poesia che sembra comunque racchiudere una speranza, "la possibilità di un'isola". Ed è seguendo questo messaggio finale che Daniel25 decide di uscire dalla vita programmata dei neoumani, abbandonando la sicurezza del proprio insediamento per intraprendere una ricerca che comunque non ha uno scopo preciso, se non il tentativo di trovare una qualsiasi alternativa ad una vita inconsistente. Il viaggio nei territori devastati, tra le vestigia di una civiltà oramai crollata e gli ultimi sopravvissuti dell'antica razza umana in piena regressione animale, termina nel nulla di ciò che una volta era il mare.

WIKIPEDIA

Michel Houellebecq, La possibilità di un'isola (2005), traduzione di Fabrizio Ascari, Bompiani, 2007.




martedì 20 gennaio 2015

Michel Houellebecq / L'estensione del dominio della lotta / Citazioni


Michel Houellebecq 
L'estensione del dominio della lotta
  • In genere da una donna in analisi è impossibile cavare alcunché. Come ho avuto modo di constatare più volte, le sventurate che cadono in mano agli psicanalisti diventano definitivamente e letteralmente inutilizzabili. Questa conseguenza non va considerata come un effetto secondario della psicanalisi, bensì come il suo scopo principale. Con l'alibi della ricostruzione dell'io, in realtà gli psicanalisti procedono a una scandalosa demolizione dell'essere umano. Innocenza, generosità, purezza... tutto ciò viene rapidamente triturato dalle loro rozze mani. Gli psicanalisti, pinguamente remunerati, supponenti e stupidi, annientano definitivamente nei loro cosiddetti pazienti qualunque attitudine all'amore, sia mentale che fisico; in pratica si comportano da veri e propri nemici dell'umanità. Spietata scuola di egoismo, la psicanalisi sfrutta con agghiaciante cinismo le brave figliole un po' smarrite e le trasforma in ignobili bagasce dall'egocentrismo delirante, incapaci di suscitare altro che un legittimo disgusto. In nessun caso bisogna accordare la minima fiducia a una donna che sia passata per le mani degli psicanalisti. Meschinità, egoismo, arrogante ottusità, completa assenza di senso morale, cronica incapacità di amare: ecco il ritratto esaustivo di una donna "analizzata". Véronique, va detto, corrispondeva punto per punto a questa descrizione. L'ho amata quanto più ho potuto – il che significa parecchio amore.

    L'estensione del dominio della lotta, Bompiani 2009, pp. 100-101, traduzione S. Perroni
  • Lo informo che sono in depressione; lui accusa il colpo, poi si riprende. Da questo punto il dialogo si snoda in una simpatica chiacchierata di mezz'oretta, ma io so che da ora in poi tra me e lui ci sarà una specie di muro invisibile. Non mi considererà mai più come un suo pari [...] 

    L'estensione del dominio della lotta, Bompiani 2009, p. 134, traduzione S. Perroni


TRAMA


Il protagonista, trentenne programmatore con un lavoro soddisfacente in un'azienda di servizi informatici nella capitale francese, ha una vita sociale ridotta al minimo. Naturalmente di relazioni con l'altro sesso nemmeno parlarne, dopo il naufragio burrascoso dell'ultima, due anni prima. Uniche sue distrazioni, scrivere racconti morali aventi per protagonisti animali (occasione per riflessioni filosofiche di varia natura), e le sigarette, di cui è accanito consumatore. Così, quando viene a sapere che verrà inviato in missione esterna per addestrare impiegati statali all'uso di una nuova applicazione, la notizia non lo rende molto felice. A peggiorare le cose, al suo fianco si ritrova il collega Tisserand, col chiodo fisso del sesso, ma pateticamente incapace di concretizzare questa sua fissazione, a causa di doti fisiche a dir poco scadenti. I presupposti sono quindi pessimi, e dopo una prima fase senza troppe sorprese a Rouen, l'esperienza sembra interrompersi bruscamente per un problema serio di salute. Che però si rivela meno grave del previsto, ma nella tappa successiva, in Vandea, l'argine sembra cedere definitivamente. Il protagonista prova a spingere il frustrato Tisserand verso la strada dell'omicidio, come unica via di soddisfazione ai suoi desideri insoddisfatti, ottenendo un altro fallimento. Tornato a Parigi, tenta la carta della terapia sotto il controllo di uno psichiatra, con risultati non troppo soddisfacenti, tra sogni sempre più inquietanti e tentazioni di suicidio. Decide quindi di seguire il consiglio del medico, facendosi ricoverare in una clinica specializzata per i disturbi gravi, dove giunge alla conclusione che la causa della maggior parte dei problemi mentali della gente è la carenza di amore. Uscito dalla clinica, decide di soddisfare un curioso impulso che lo aveva assalito tempo prima, raggiungendo una località sperduta nella regione dell'Ardèche, che si rivelerà solo un'altra occasione persa.




lunedì 19 gennaio 2015

Michel Houellebecq / Le particelle elementari / Citazioni


Michel Houellebecq
LE PARTICELLE ELEMENTARI
  • Egli stimava tutt'altro che arbitrario l'uso che i nazisti avevavano fatto del pensiero di Nietzsche: negando la compassione, situandosi al di là della legge morale, instaurando il desiderio e il regno del desiderio, il pensiero di Nietzsche, secondo lui, portava inevitabilmente al nazismo.
  • Per l'occidentale contemporaneo, anche quando gode di buona salute, il pensiero della morte costituisce una sorta di rumore di fondo che si insinua nel suo cervello man mano che progetti e desideri vanno sfumando. Con l'andar del tempo, la presenza di tale rumore si fa sempre più invadente; la si può paragonare a un brusio sordo, talvolta accompagnato da uno schianto. In altri tempi, il rumore di fondo era costituito dall'attesa del regno del Signore; oggi è costituito dall'attesa della morte. Così è.
  • Fa un certo effetto osservare come spesso tale liberazione sessuale venisse presentata sotto forma di ideale collettivo mentre in realtà si trattava di un nuovo stadio dell'ascesa storica dell'individualismo. Coppia e famiglia rappresentavano l'ultima isola di comunismo primitivo in seno alla società liberale. La liberazione sessuale ebbe come effetto la distruzione di queste comunità intermedie, le ultime a separare l'individuo dal mercato. Un processo di distruzione che continua oggigiorno.
  • Accettare l'ideologia del cambiamento continuo significa accettare che la vita di un uomo sia strettamente ridotta alla sua esistenza individuale, e che le generazioni passate e future non abbiano più alcuna importanza ai suoi occhi. È così che viviamo; e oggi per un uomo avere un figlio non ha più alcun senso.
  • Una bugia è utile quando permette di trasformare la realtà, pensò; ma quando la trasformazione fallisce non resta più che la bugia, l'amarezza e la coscienza della bugia.
  • In realtà si cerca sempre di minimizzare la sofferenza.

Michel Houellebecq, Le particelle elementari (1998), traduzione di Sergio Claudio Perroni, Bompiani, 2005.




domenica 18 gennaio 2015

Michel Houellebecq / L’ ultimo “Charlie Hebdo” dedicato al suo nuovo libro


Houellebecq, l’ ultimo “Charlie Hebdo” dedicato al suo nuovo libro

Il romanziere sotto scorta ora piange l’amico morto. Disse: «Non sento una responsabilità particolare per quello che scrivo. Un romanzo non cambia la storia»

di Stefano Montefiori
Corriere della Sera
8 gennaio 2015 | 08:07




Michel Houellebecq è scoppiato in singhiozzi, ieri, quando ha saputo che tra i morti c’era il suo amico Bernard Maris, economista alla Banca di Francia ed editorialista a “Charlie Hebdo”. Sul numero della rivista uscito poche ore prima della strage, Maris conclude con queste parole quello che sarà l’ultimo articolo della sua vita: «Ancora un romanzo magnifico. Ancora un colpo da maestro». Si riferisce a “Sottomissione”, il libro di Houellebecq che negli stessi momenti cominciava finalmente a essere venduto nelle librerie, dopo settimane di indiscrezioni, distribuzioni illegali su Internet e polemiche che, come solo in Francia può accadere, passano rapidamente dalla letteratura alla politica.

È stata una giornata spaventosa per tutti. Michel Houellebecq non ha potuto che viverla in modo ancora più drammatico, per le persone colpite a lui vicine e perché quella, fino alle 11 e 30 era la «sua» giornata, quella dell’uscita del libro più atteso dell’anno, da giorni sulle prime pagine di tutti i giornali. Una giornata preceduta la sera prima da un suo intervento al tg delle 20 sul canale pubblico France 2, in cui lo scrittore di tanti romanzi tra analisi della società e profezia aveva risposto con la consueta flemma alle domande del conduttore David Pujadas. «Non sente di avere una responsabilità particolare, lei che è uno scrittore così importante e seguito?», chiedeva Pujadas. «No - aveva risposto Houellebecq -, forse un saggio può cambiare la storia, non un romanzo». Il giornalista alludeva a una voglia di provocazione - tante volte negata - di Houellebecq, che in “Sottomissione” mette in scena il fantasma più angosciante per la società francese di questi giorni: un Islam trionfante, che ha ragione per vie democratiche di una civiltà giudaico-cristiana ormai estenuata, spossata dall’Illuminismo e dal fardello di libertà che pesa su ogni essere umano. Meglio la sottomissione, allora, suggerisce François, il protagonista del romanzo: delle donne all’uomo (la poligamia viene incoraggiata, più mogli smettono di lavorare e restano a casa ad accudire un unico marito), e di tutta la società a Dio. Anzi, ad Allah.

Per questo, Houellebecq è stato accusato di soffiare sul fuoco, di usare la paura per vendere libri. Ma Houellebecq è uno scrittore, di sicuro il più celebre e forse il migliore scrittore francese contemporaneo, non un opinionista né tantomeno un uomo politico. Ha il diritto di descrivere la realtà, e anche di offrirci la sua idea di quel che la realtà potrà diventare tra qualche anno, «esagerando e velocizzando», come dice lui stesso. Da quando in autunno si è saputo che il suo prossimo romanzo avrebbe dipinto questa Francia del 2022 in mano all’Islam, l’Islam per certi versi rassicurante (donne a parte) del nuovo presidente della Repubblica Mohammed Ben Abbes, il dibattito culturale - e politico - francese ha cominciato a incentrarsi su Sottomissione , fino a esserne completamente monopolizzato.


L’azione militare dei terroristi è stata talmente efficace da essere probabilmente pianificata da mesi, dicono le fonti di polizia: l’uscita di Sottomissione e l’ultimo numero della rivista non c’entrano nulla. I piani si sovrappongono perché c’è la coincidenza dell’uscita nelle librerie, e perché l’ultimo Charlie Hebdo esibisce in copertina una splendida vignetta firmata Luz, almeno lui per fortuna scampato al massacro, che dipinge Houellebecq con l’eterna sigaretta e un ridicolo cappello con stelle e pianeti. Titolo: «Le predizioni del mago Houellebecq», e lo scrittore che dice «Nel 2015 perdo i denti...» (i suoi problemi odontoiatrici sono noti) e «Nel 2022, faccio il Ramadan!».



Nell’ultima pagina di Charlie Hebdo , come sempre, «le copertine alle quali siete scampati»: e riecco Michel Houellebecq in braccio a una Marine Le Pen sognante che canta «Sarai il mio Malraux», disegnato da Cabu, morto nell’attentato; Houellebecq in ginocchio che sniffa una pista di cocaina stesa per strada e il titolo «Houellebecq convertito all’Islam?», disegnato da Coco, alias Corinne Rey, la donna che sotto la minaccia delle armi ha aperto la porta della redazione ai terroristi; infine, ecco un ritratto poco avvenente di Houellebecq, lo strillo «Scandalo!» e il titolo «Allah ha creato Houellebecq a sua immagine!». La firma è di Charb, il direttore, l’uomo che più di tutti gli assassini volevano uccidere. 


Michel Houellebecq è ovviamente sotto la protezione della polizia, come lo sono le redazioni di tutti i giornali e i locali della casa editrice Flammarion, che ieri sono rimasti chiusi. Nel romanzo, gli islamici prendono il potere vincendo le elezioni grazie a un’alleanza con gli esangui partiti di centrosinistra e di centrodestra. Prima che l’ordine coranico regni sovrano sulla Francia e l’Europa, in base al sogno di Ben Abbes di rifondare un impero romano con l’Islam al posto del Cristianesimo, in Sottomissione (uscirà in Italia il 15 gennaio per Bompiani) ci sono scontri, un timido debutto di guerra civile. E la guerra civile, il caos, sono evocati nelle dichiarazioni di mesi fa di Éric Zemmour, l’opinionista che con il bestseller Le suicide français ha generato furiose polemiche su razzismo e islamofobia, con la sua accusa rivolta ai musulmani di Francia di essere «un popolo nel popolo».

Negli ultimi giorni i migliori intellettuali e scrittori francesi, da Michel Onfray a Emmanuel Carrère, si sono pronunciati sulla polemica Houellebecq. Era un dibattito avvincente, toccava tutti. Il massacro a Charlie Hebdo lo rende ancora più centrale ma tutto è già cambiato, la Francia non sarà più la stessa. Michel Houellebecq, atteso giovedì sera alla trasmissione di punta a Canal Plus, dovrà decidere se, e come, partecipare.



sabato 17 gennaio 2015

Michel Houellebecq / Niente in Francia sarà più come prima

Michel Houellebech

L'intervista lo scrittore francese

Michel Houellebecq: 

«Niente in Francia sarà più come prima. Sì, ho paura anch’io...»

Il giorno del massacro era uscito nelle librerie il suo ultimo libro Sottomissione, da domani disponibile anche in Italia

di Stefano Montefiori, nostro corrispondente a Parigi


Corriere della Sera
14 gennaio 2015 | 08:03


Dopo l’attentato a Charlie Hebdo, il più celebre scrittore francese Michel Houellebecq ha lasciato Parigi, protetto dalla polizia. Il giorno del massacro alla redazione, il 7 gennaio, è uscito in Francia per Flammarion il suo ultimo romanzo,Sottomissione, che sarà nelle librerie italiane domani, edito da Bompiani. Houellebecq immagina una Francia del 2022 dove il presidente musulmano Ben Abbes vince le elezioni, islamizza la società e progetta di ricreare in Europa e nel Mediterraneo una sorta di impero romano, unito dall’Islam. Houellebecq aveva sospeso la promozione del suo libro, ma ha scelto di mantenere l’impegno preso con il Corriere della Sera . 


«l’Islam è la religione piu stupida del mondo»
Michel Houellebecq




Michel Houellebecq, lei ha paura? 

«Sì, anche se è difficile rendersi conto completamente della situazione. Cabu per esempio, uno dei disegnatori uccisi, non era del tutto cosciente del rischio, c’era in lui l’anima sessantottina mescolata con una vecchia tradizione di mangiapreti, e in Francia essere un mangiapreti espone a un processo in tribunale che in genere si vince. Penso che Cabu non abbia colto che la questione è ormai di un’altra natura. Siamo abituati a un certo livello di libertà di espressione, e non ci siamo fatti una ragione del fatto che le cose sono cambiate. Anche io sono un po’ così, a livello inconscio. Ma l’idea della minaccia ti viene in mente, ogni tanto...». 

Come ha vissuto il 7 gennaio, che avrebbe dovuto essere la sua giornata, quella della pubblicazione del libro atteso da mesi ? 
«Quando ho saputo dell’attacco a Charlie Hebdo ho chiamato il mio amico Bernard (l’economista Bernard Maris, tra le vittime, ndr), ma non pensavo che fosse coinvolto. Collaborava con loro, non immaginavo che fosse alla riunione di redazione. Ho continuato a chiamarlo, dalle 12 alle 16, non rispondeva. Poi ho saputo». 

Pensa che dopo gli attentati di Parigi la libertà di espressione sarà più difficile da esercitare? Nonostante l’immensa manifestazione di domenica?
«Sì, certo. Niente sarà più come prima. Sicuramente è più dura, per esempio per un disegnatore che comincia adesso». 

Ma «Charlie Hebdo» ricomincia con un nuovo numero che ha in copertina Maometto. Forse quel che è successo potrebbe al contrario dare forza ai giovani. 
«Adesso non c’è problema, faranno lo stesso tutti i disegnatori di Francia anzi del mondo. Dopo non so». 

Lei è sulla copertina del numero uscito la mattina stessa della strage. Il nuovo «Charlie Hebdo» riparte da Maometto. Che cosa pensa di questa scelta?
«Sì, è quel che bisogna fare, è la scelta giusta. Charlie Hebdo ha sotto la testata la scritta “giornale irresponsabile”. È questo il loro motto, ed è giusto che restino fedeli alla loro linea». 

Lei aveva paura anche mentre scriveva il suo romanzo? 
«No, per niente. Quando si scrive non si pensa affatto a come verranno accolte le proprie parole. Scrittura e pubblicazione sono due fasi separate. È adesso che uno capisce i rischi». 

Il libro non mi è sembrato islamofobo, anzi al limite islamofilo. Ma in fondo neanche quello, l’Islam viene abbracciato un po’ per opportunismo.
«È così. I miei grandi riferimenti in letteratura sono Dostoevskij e Conrad. Entrambi hanno dedicato romanzi all’argomento di attualità più importante dell’epoca, ossia gli attentati anarchici e nichilisti, la rivoluzione russa che covava. Sono molto diversi nel modo di trattare il soggetto, ma questi rivoluzionari per loro si dividono in due tipi: farabutto cinico o naif assurdo, talvolta altrettanto pericoloso. Io descrivo invece, quasi unicamente, dei farabutti cinici attraversati talvolta da un pizzico di sincerità». 

Questa parte di sincerità, che finisce per essere sconfitta, la si vede anche nel momento chiave del romanzo, quando il protagonista François si rivolge alla Vergine nera di Rocamadour, ma desiste, non trova la fede.
«Sì quella è la svolta del romanzo. È li che ho deluso i miei lettori cattolici, oltre a quelli laici. Nel progetto iniziale il protagonista si converte al cattolicesimo, ma non sono riuscito a scriverlo. L’avanzata islamica mi è parsa più credibile». 

La settimana scorsa era cominciata con la parola chiave «Sottomissione»; si è conclusa con titoli come «La rivolta di Parigi», «La Francia in piedi», a proposito della marcia. È sorpreso dalla reazione dei suoi concittadini? 
«Non credo che quella marcia pur immensa avrà enormi conseguenze. La situazione non cambierà nel profondo, torneremo con i piedi per terra». 

Davvero per lei è solo un episodio quindi?
«Sì. Non vorrei sembrare cattivo... Ma invece un po’ sì. Quando c’è stato l’incendio della redazione, il primo attentato a Charlie Hebdo nel 2011, non pochi dei colleghi giornalisti e dei politici dissero “sì, la libertà va bene, ma bisogna essere un po’ responsabili”. Responsabili. Questa era la parola fondamentale». 

Anche a lei, di recente, è stato chiesto se non sente di avere una responsabilità in quanto grande scrittore. La trova appropriata questa domanda?
«No, io mi sento sempre irresponsabile e lo rivendico, altrimenti non potrei continuare a scrivere. Il mio ruolo non è aiutare la coesione sociale. Non sono né strumentalizzabile, né responsabile». 

Qual è il problema alla base di tutto, in Francia?
«È il punto di partenza del libro. Il Paese è sempre più a destra ma la rielezione di un presidente di sinistra non è totalmente impensabile. E questo è destabilizzante». 

Il Front National era assente dalla marcia di Parigi.
«Sì, sembra che non li abbiano voluti. Se vogliamo parlare nello specifico del Front National, hanno due deputati e il 25% dei voti (alle Europee, ndr)... C’è uno scarto evidente. Il Front National ha un peso nella società che non corrisponde affatto alla sua rappresentanza parlamentare. Mi domando fino a che punto una situazione simile sia sostenibile, con questa astensione poi. C’è un sistema che dovrebbe essere democratico e che non funziona più». 

Hollande ha detto che leggerà il suo libro. È curioso di conoscere la sua opinione?
«No, dell’opinione letteraria dei politici mi interessa poco. Se François Hollande sarà rieletto presidente nel 2017 forse molte persone emigreranno. Per ragioni fiscali ed economiche, per l’idea che è difficile fare granché in Francia, un Paese che appare bloccato. E poi potremmo vedere qualcuno alla destra del Front National che si innervosisce e passa a un’azione violenta». 

Nel suo romanzo la guerra civile sembra cominciare, poi per fortuna si ferma subito. Ma lei mi sta dicendo che nella realtà questa le sembra un’ipotesi possibile
«Sì, è un’ipotesi possibile. Sono allarmista, certo. Declinista no, perché ci sono cose bizzarre e positive che accadono in Francia, per esempio abbiamo una demografia molto alta, una cosa tutto sommato misteriosa». 

Il grande soggetto del suo libro è in generale il ritorno della religione.
«Sì, è un fenomeno che i media non riescono a cogliere, pensano che la religione sia un fenomeno passato di moda. Ma prima di domenica le grandi manifestazioni di piazza sono state le manif pour tous. Fatte da cattolici molto diversi da quelli che mi ricordavo da giovane, ovvero gente complessata e all’antica oppure di sinistra insopportabilmente perbenista (ride, ndr)». 

Ha letto «Il Regno», il romanzo di Emanuel Carrère, e il suo testo su «Sottomissione» pubblicato dal «Corriere»?
«Si. Carrère ha capito certe cose fondamentali del mio libro». 

Per esempio la tentazione di liberarsi della libertà?
«Si. Della libertà l’uomo non ne può più, troppo faticosa. Ecco perché parlo di sottomissione. È un piacere parlare di Emanuel Carrère e del suo libro che ho molto amato». 

Carrère spera che possa esserci una relazione feconda tra l’Islam e la libertà cara alla civiltà europea erede dei Lumi. È uno scenario possibile?
«I miei valori non sono quelli dell’Illuminismo. Ora, senza andare verso un progetto di fusione grandioso alla Carrère, diciamo che Cattolicesimo e Islam hanno dimostrato di poter coabitare. L’ibridazione è possibile con qualcosa che è davvero radicato in Occidente, il Cristianesimo. Mentre con il razionalismo illuminista mi pare inverosimile». 

Rispetto al 2001 e alla sua celebre dichiarazione «l’Islam è la religione piu stupida del mondo», lei ha chiaramente cambiato opinione sull’Islam. Come mai?
«Ho riletto con attenzione il Corano, e una lettura onesta porta a supporre un’intesa con le altre religioni monoteiste, che è gia molto. Un lettore onesto del Corano non ne conclude affatto che bisogna andare ad ammazzare i bambini ebrei. Proprio per niente». 

È il dibattito cruciale. I terroristi sono pazzi che stravolgono il messaggio dell’Islam, o la violenza è inerente alla natura stessa di quella religione?
«No, la violenza non è connaturata all’Islam. Il problema dell’Islam è che non ha un capo come il Papa della Chiesa cattolica, che indicherebbe la retta via una volta per tutte». 

I suoi romanzi hanno sempre una parte di osservazione della società e un tocco profetico, a cominciare dal capitalismo applicato ai sentimenti di «Estensione del dominio della lotta»... 
«Sì, è stata la mia prima scoperta (ride, ndr)». 

...per continuare con turismo sessuale e terrorismo di massa, clonazione, Francia trasformata in parco giochi per ricchi turisti, fino alla sottomissione all’Islam.
«Comincio dall’osservazione della realtà, ma resta letteratura. So che è difficile da credere ma l’Islam, nel romanzo, all’inizio non c’era. Uno dei motivi che mi hanno fatto scrivere il libro, oltre al fatto che essere ateo mi è diventato insopportabile, è che tornando in Francia dall’Irlanda mi sono reso conto che la situazione era molto peggiore di quanto pensassi. Ho pensato che le cose potevano precipitare in modo spiacevole, e questo mi ha sorpreso». L’intervista finisce, ci salutiamo. «Spero che avremo l’occasione di rivederci in circostanze più felici», conclude lo scrittore.